Se lasciamo da parte la retorica e la demagogia, che pretendono una riforma fiscale all’anno, facendo impazzire studi professionali e CAF, senza poi dire dove si andranno a tagliare le spese, possiamo invece concentrarci su una sana semplificazione della normativa tributaria, più facile da conseguire, e con effetti diretti ed immediati sul tessuto economico. Semplificazione che, in questo caso può avvenire senza astruse norme attuative, ma con la semplice “abrogazione” di due leggi (e collegati), indegne di un paese civile: l’art.30 della Legge 724 del 1994 (e successive integrazioni) quella sulle “società di comodo” e l’ Art.2 comma 36 decies D.L. 138/2011, che integra la prima introducendo il concetto di “società in perdita sistemica”. Norme solo sospese in occasione dell’attuale pandemia.

Tali disposizioni, erano state pensate al fine di impedire la costituzione di società, di mero godimento, utilizzate soltanto per scaricare i costi e senza una vera attività commerciale, insomma, per far si che non venisse creata la fantomatica ditta fantoccio per scaricarci “lo yacht o la Ferrari”, come qualcuno faceva nei ruggenti anni ‘80. Pertanto si prevedeva che, a fronte di determinati investimenti, un’impresa dovesse conseguire certi ricavi e che non potessero dichiarare perdite fiscali per più di un certo numero di annualità.

 

Dei buoni propositi, sono lastricate le strade dell’inferno.

Come sempre succede, quando si tenta di ridurre con una legge la complessità della realtà, la normativa sulle società di comodo è andata progressivamente a colpire la libertà di impresa, condizionandola pesantemente. Ogni anno,  in sede di compilazione del Modello Unico, le società vengono sottoposte a test di verifica e, in caso di non superamento degli standard di reddito minimo previsto, intervengono pesanti sanzioni, quali: Impossibilità di riportare le perdite fiscali, Divieto di chiedere a rimborso l’iva, divieto di compensazione e cessione a terzi del credito Iva, obbligo di dichiarare un reddito “minimo presunto”, Maggiorazione dell’aliquota Ires che dal 24% passa al 34,50%, Perdita definitiva del credito Iva.

La linea di demarcazione avvenne nel 2006 con l’inasprimento della normativa da parte del duo Visco-Bersani D.L. 4/07/2006 n.223, sotto il governo di Romano Prodi. Con tale decreto, si introducevano due pesanti limiti: 1) Impossibilità di chiedere a rimborso l’IVA, di compensare il credito risultante dalla dichiarazione annuale e riportarla a scomputo nei periodi successivi  2) Obbligo di esperire un interpello preventivo disapplicativo prima dell’invio del modello Unico, nel quale è onere del contribuente dimostrare le ragioni per le quali i risultati economici minimi previsti dalla normativa tributaria non sono stati raggiunti.

La vittoria del centro-destra nel 2008, riaccese la speranza fra gli operatori del settore, per una successiva abrogazione di queste norme, cosa purtroppo andata in fumo, concentrandosi l’allora capo del governo Silvio Berlusconi nel patriottico salvataggio di Alitalia, assieme all’impavido gruppo dei “capitani coraggiosi”.

 

L’interpello disapplicativo: il funzionario statale, si fa giudice sulla bontà dell’investimento.

Come appena detto, nel caso in cui i risultati economici della società non siano conformi agli standard previsti dalla normativa, è necessario presentare un interpello all’Agenzia delle Entrate per disapplicare le sanzioni. Ben noto è l’atteggiamento dell’A.d.E. a non accogliere le istanze, se non in rare circostanze, trasferendo sul contribuente l’onere di provare che il suo sfortunato investimento non abbia potuto produrre i ricavi previsti. La cosa diviene ancor più grottesca con la norma sulle società in perdita sistemica, che sanziona le imprese in perdita fiscale per un quinquennio consecutivo (prima era 3 anni). Ciò colpisce soprattutto le aziende ferme a causa della crisi economica che non hanno utili e le società nate per investimenti, lasciate “dormienti” per non redditività. L’esempio più tipico è quello dell’artigiano con l’impresa inattiva e il capannone sfitto, che ha il conto economico in perdita per pagare la Camera di Commercio e gli oneri amministrativi fissi o quello degli investitori stranieri che, costituita una società proprietaria di immobili di valore, sono costretti ad attendere il momento propizio per sviluppare l’investimento ora forzatamente fermo per la crisi e sostengono solo i costi fissi.

Tutti questi soggetti,  vengono di fatto obbligati dal fisco, a liquidare le loro società, pena vedersele ridurre a beni inalienabili a causa di perdite fiscali non riportabili o crediti iva inesigibili. In caso contrario, saranno obbligati ad un difficilissimo contenzioso con l’A.d.E. il cui esito è generalmente infausto.

 

Un pesantissimo danno all’economia del nostro paese, perdurante negli anni.

Queste norme, nel tempo, sono risultate altamente nocive per l’economia del nostro paese in quanto hanno disincentivato gli investimenti. In particolare quelli dall’estero. Esse comminano gravosissime sanzioni solo sulla base di presunzioni, distaccandosi completamente dall’analisi analitica dei costi e dei ricavi, violando evidentemente il principio di capacità contributiva sancito dall’art.53 della Costituzione.

Altre eccezioni sollevate contro le norme in questione, sono: 1) La violazione del principio di eguaglianza di cui all’art.3 Costituzione (per i risvolti fiscali che producono verso alcune società rispetto ad altre), 2) La violazione del principio di proporzionalità in ragione del quale, ogni provvedimento della pubblica amministrazione deve essere commisurato al raggiungimento dello scopo prefissato (il congelamento del credito Iva e il divieto di riporto delle perdite non sono compatibili con questo); 3) L’illogicità delle norme, dal momento che, sebbene ufficialmente vogliano colpire dei redditi presunti,  esse fanno al contrario trasparire la loro natura “di imposta patrimoniale” sui beni delle imprese….

Se l’erario ha esigenza di contrastare la “teorica” proliferazione di società, al solo fine di godere di indebiti vantaggi fiscali, l’economia, ha ragioni “reali” e ben maggiori, al fine di non veder compromesso il suo sviluppo. Le seconde devono indubbiamente prevalere sulla prima.

 

Il concetto “sbagliato” di riforma fiscale.

Concludiamo questa breve esposizione con un’ ammonimento. L’errore, che ci attende inesorabile, è quello di sperare che si possa trovare una nuova norma o modificare le esistenti, al fine di correggere queste evidenti storture. Alla luce di quanto esposto, ciò è praticamente impossibile. Definire “buona o cattiva” la condotta di un’azienda tramite una legge, riducendo a norme la complessità del reale, è come voler tagliare il cielo con un coltello o stringere in mano un pugno di sabbia, soprattutto di questi tempi. Si impone così la scelta inderogabile, di diventare finalmente un paese maturo e consapevole, rinunziando a convivere con leggi cosi dannose per il nostro sviluppo.

L’Italia, dalla fine della guerra agli anni ’90, ha progredito egregiamente senza dotarsi di leggi così invasive, introdotte solo successivamente per far cassa su tutto, al fine di arginare un debito pubblico sempre più insostenibile. Rinunciamoci, certi che, il mancato gettito fiscale derivante dalle suddette abrogazioni, verrà abbondantemente compensato da quello emergente dagli aumentati investimenti che si creeranno con un “clima” più favorevole agli investitori e con la certezza per loro, di avere a che fare con un paese rispettoso di quei principi di libertà economica e di capacità contributiva che sono a fondamento della sua Costituzione Repubblicana. Se poi, in attesa del maggior gettito prodotto, si necessitasse comunque di denari, si tagli la spesa pubblica improduttiva e clientelare. Le occasioni per farlo, di certo non mancano.