“Disobbedire è sacro quando lo Stato è dispotico”, frase meravigliosa nel 1700. Quando il re di Francia vuole sciogliere gli Stati generali deve rivolgersi alle truppe svizzere, le guardie nazionali disobbediscono e difendono l’assemblea riunitasi nella sala della Pallacorda.
Il dispotismo prevarica sempre la volontà popolare. Una sovranità assoluta e monocratica può essere facilmente dispotica, una sovranità plurale e garantita da un libero parlamento, mai.
Vi è un’obiezione; la Francia del governo rivoluzionario del 1793 era dispotica, “il dispotismo della libertà”. Sotto un profilo formale il Parlamento, la Convenzione, è libero nelle sue deliberazioni. C’era una pressione popolare ed armata sui parlamentari, l’epurazione girondina ne è un esempio, ma questo non toglie le funzioni vitali del parlamento riunito in permanenza. Il comitato di salute pubblica sottopone alla Convenzione ogni deliberazione.
Possiamo dire che il governo adottò misure improprie per un regime liberale, la costituzione fu sospesa. Non si può dire invece che la Francia rivoluzionaria fosse meramente dispotica, che divenne una “dittatura”, questa era un’accusa, non un dato di fatto, nel momento in cui le deliberazioni venivano prese attraverso un organo di rappresentanza popolare perfettamente legittimo. Gli stessi storici controrivoluzionari sono molto attenti a riguardo, preferiscono sostenere che la rappresentanza era minoritaria rispetto alla maggioranza della popolazione. La tesi per cui l’enclave giacobina fosse una “piccola città” messasi a comandare una città molto più grande. Obiezione rilevante, non fosse che Versailles era una città ancora più piccola della società giacobina e sicuramente più ottusa. Poi vi sono i riscontri nel ‘900. Le rivoluzioni di questo secolo i parlamenti li chiudono, o li incendiano, e questa è la formula dispotica per eccellenza.
Non si era mai visto nella storia, quanto avvenuto in questo millennio, quando un parlamento rinuncia alle sue prerogative sua sponte. In Italia nel 2020, il parlamento ha votato un decreto che lo esautorava nelle sue funzioni per affidare al governo un potere che una repubblica non concede, ovvero il potere legislativo. Solo l’assolutismo, il dispotismo, unisce governo e legislazione. Nella Repubblica italiana il governo per Costituzione non può tramutare in legge i suoi decreti senza sottoporli al dibattito delle Camere, articolo 77, da qui il paradosso dei DPCM, che da provvedimenti di carattere interno alla gestione del governo, come dovrebbero essere, si sono trasformati in “regole” a cui sottoporre un’intera nazione. Il parlamento può delegare le leggi al governo, ma, articolo 76, entro un tempo limitato, non certo per un anno e soprattutto la materia va definita.
E’ accaduto che era stata definita la materia di cui si occupava il Parlamento, la transomofobia, mentre il governo si occupava di tutto il resto.
Qui vi sarebbero gli elementi per discutere di un eventuale dispotismo e dunque di disobbedienza e perché mai no, anche di mandare qualcuno dritto alla ghigliottina. E pure, che silenzio. Come nella Russia degli anni ’60 del secolo scorso, si formavano le code di cittadini davanti al supermercato per poter fare la spesa, e gli agenti di polizia ne tastavano l’umore, non si sa mai, forse bisognerà andare nelle case.
Questo regime infame è crollato perché non poteva continuare oltre, dato che con tutte le misure prese abbiamo avuto un record mondiale di vittime.
Ora i provvedimenti del nuovo governo, finalmente contestabili, sono sostenuti dal voto di un’ampia maggioranza parlamentare. Si tratta delle leggi dello Stato democratico, non dell’arbitrio di un pupazzo vestito di turchino che si consulta con quattro scienziati da strapazzo e straparla nella notte.
Le leggi dello Stato democratico, possono essere contestate ci mancherebbe, ma non dai funzionari, non dagli agenti di polizia. Questi sono chiamati solo al rispetto della legge, altrimenti lasciano la divisa. Lo Stato democratico non è l’anarchia.