Le parole sono importanti. E no, non lo diceva solo Nanni Moretti. Poi è arrivata la retorica. In realtà c’è sempre stata, solo che a un certo punto è diventata evidente e non puoi non notarla. Quella virtuosa, che vuol dire esercizio di stile. E quella pelosa, di chi non ha scrupoli. Quest’ultima puoi però evitarla. Ed è quello che normalmente fai d’istinto: quando senti troppe cose scontate o assurde e le senti tutte compresse in pochi minuti, non presti attenzione, semplicemente ti spegni e stendi un “velo pietoso”.  

Edoardo Albinati questo non l’ha fatto. Lui è un Premio Strega, e questo certo non va a suo favore. Ha spalancato le orecchie e buttato giù i discorsi deliranti, le frasi fatte. La cattiveria che caratterizza questa nostra epoca. Minacciosa, polemica, contamina ogni discorso ormai per portarti fuori dalla realtà. Ora, l’intenzione è buona. Ma lui fa come il Pd. In assenza di politica resta da recitare la parte del buono a oltranza. Quello che ha sempre ragione lui. E quindi Albinati che fa? Annota sulla lavagna i discorsi cattivi degli altri. Perché sono gli altri, quelli fuori dal suo recinto, quelli che usano parole a sproposito, parole che offendono, parole che tagliano. Quando si parla di libertà le parole sbagliate sono sempre del centrodestra. La sinistra non può sbagliare sulle parole, nemmeno quando si parla di sanità. Perché anche sulla sanità, e sulle parole, Albinati, il Pd stanno tutti seduti sul piano della compostezza e della buona educazione. Come tutte le parole d’amore dei provax che noi non siamo stati capaci di capire a pieno: dal “devono restare chiusi in casa come dei sorci” di Burioni prima del red carpet, agli “infetti” di Alessia Morani. «Ricettacolo di casi psichiatrici. Devono ridursi a poltiglia verde», ha scritto Selvaggia Lucarelli e Andrea Scanzi che quando si tratta di gesti buoni non si tira mai indietro ha aggiunto: “mi divertirei a vederli morire come mosche”. «I rider devono sputare nel loro cibo», ha scritto David Parenzo per non essere da meno. Un infermiere a quel punto si è sentito in dovere di confidare ai social, a favor di umanità: «Sarò felice di mettergli le sonde necessarie negli appositi posti, lo farò con un pizzico di piacere in più». E subito una sua collega emula: «Gli bucherò una decina di volte la solita vena facendo finta di non prenderla», e poi promette: «e poi altro che mi verrà in mente», perché non sia mai finirla qui. E un’altra infermiera: «Io non farò corsie, se la vedessero loro».  E Carlotta Saporetti: «Mi impegnerò a staccare la spina». E ancora una collega: «Li intubo senza anestesia, poi gli chiedo come stanno». «Sono dei criminali», dice Bassetti,  quello che ormai si sente Cacciari, «andrebbero processati per mafia». Ma non ce l’ha con medici e infermieri che promettono tortura e morte. Ce l’ha con i torturati. 

Marianna Rubino precisa: «Se fosse per me costruirei le camere a gas». Solo che questa volta non hanno chiamato la Segre a dire qualcosa. La Segre la sinistra militante la chiama ormai solo se parla Agamben (che è di sinistra, ma ultimamente si è messo di traverso).  Campi di sterminio sono invocati da Giuseppe Gigantino. Letta, che è uno fino, cioè uno che le capisce prima che avvengano, sta sereno ma un po’ si preoccupa: «Qua c’è troppa ambiguità e troppa violenza». Qua dove? Tra i novax, chiaramente. Che, dal canto loro, per carità, rispondono per le rime. Solo che poi arriva Albinati. Che annota la volgarità e l’ignoranza di una parte sola.  Edoardo, fai il favore, stendiamo un velo pietoso.