Gli italiani dovranno pur domandarsi quale credibilità disponga una Giustizia che si apprezza solo quando colpisce la parte politica avversa. Finché si tratta di mettere sulla graticola giudiziaria Berlusconi, impresa iniziata nel 1994 e mai conclusa, uno poteva anche pensare che il Cavaliere rappresentasse tutti i mali nazionali e ben gli stava. Quando invece vengono colpiti in stretta successione temporale, la stessa procura che ha denunciato la trattativa, mai esistita, fra Stato e mafia e poi il simbolo vivente dell’accoglienza, come l’ex sindaco di Riace, qualche domanda bisogna farsela. O la procura di Palermo e Mimmo Lucano sono colpevoli come Berlusconi, o la magistratura è priva di qualsiasi credibilità.
Certo, può essere benissimo che la magistratura sbagli in un caso e veda bene negli altri. Purtroppo è difficile accettare una simile ipotesi per coloro che devono rassegnarsi alla giustizia, quando vi sono quelli liberi di contestarla. Come si scrive nelle aule dei tribunali, “la legge è eguale per tutti”, eppure parrebbe proprio di no. Il caso che concerne lo spin doctor del senatore Salvini è il più tristemente emblematico. La procura non ha neppure ancora accertato chi fosse dei tre protagonisti del festino, avvenuto ci pare di capire mesi fa, il possessore della droga. Tuttavia espone un’ipotesi di reato, “cessione di stupefacente”, molto difficile da definire in quanto il concetto di cessione non implica necessariamente il possesso della sostanza oppiacea, ed è il possesso il reato, o lo spaccio, non la “cessione”. La procura deve dunque poter essere in grado di dimostrare il possesso di stupefacente, o lo spaccio, che già si esclude, e nel caso non fosse in grado di dimostrarlo, e avesse preso un granchio, come è possibile sulla base della dichiarazione di una parte interessata, tutta la vicenda che concerne l’uomo di Salvini finirebbe in bolla di sapone. In compenso il danno è stato fatto, tutti oggi sappiamo che il “capitano” aveva come collaboratore un omosessuale che usava droghe e sfruttava gli immigrati, il resto sono dettagli.
Sull’ex sindaco di Riace pesano per lo meno tredici capi di imputazione ben definiti. Se almeno la metà di questi fossero stati appurati, la sentenza pronunciata sarebbe ancora lieve. Eppure tutti a strapparsi le vesti, dalle Sardine a Letta e con capofila, intento a descrivere il profilo psicosociale del giudice che ha condannato Lucano, Adriano Sofri. Sofri sarebbe più credibile se analizzasse il profilo psicosociale di chi voleva morto il commissario Calabresi.
Oramai comunue è chiaro a tutti, c’è un problema grave nella Giustizia e meno male. Non sappiamo invece se è diventato chiaro che ce ne è uno persino più grave nel sistema su cui la Giustizia dovrebbe fornire garanzie. Che serva una riforma tale della giustizia da far apparire quella Cartabia già superata, non ci piove. Purtroppo serve una riforma ancora più profonda del mondo politico che ha consentito alla Giustizia di degenerare fino a questo punto e l’ha pure incoraggiata.