«La nostra responsabilità verso gli afghani non è finita: lavoriamo per una nuova era di diritti umani e di dignità per quel Paese. La comunità internazionale avrà un nuovo partner: il governo ad interim del nuovo Afghanistan. Questo sarà possibile grazie ai nostri militari, ai nostri alleati ed ai coraggiosi soldati  afghani»,  George W. Bush, 2001.

«Sono il quarto presidente americano a presiedere la presenza di truppe americane in Afghanistan: due repubblicani, due democratici. Non passerò questa responsabilità a un quinto. Lo scopo della nostra missione in Afghanistan non è mai stato quello di costruire un Paese, non è mai stato quello di creare una democrazia unita e centralizzata. L’esercito afghano è collassato, talvolta senza nemmeno provare a combattere»,  Joe Biden, 2021.

Tra le dichiarazioni di questi due presidenti degli Stati Uniti intercorrono vent’anni. Anche all’osservatore più distratto non sfugge che, tra le ottimistiche aspettative di Bush e le sconfortanti conclusioni di Biden, qualcosa è andato storto. Per tentare di capire il perché di questa debacle è necessario conoscere l’Afghanistan e la sua tormentata storia, la storia del Paese senza patria. Premetto che, con riferimento all’antichità, sarebbe improprio parlare di Afghanistan poiché questo nome, così come i suoi confini, sono qualcosa di relativamente recente; lo faccio comunque, per pura semplificazione narrativa e perché in effetti è a quella parte del mondo che mi riferisco.

Affermare che quest’area dell’Asia meridionale sia da sempre terra di conquista non è un’esagerazione: per scovare tempi rosei nella sua storia bisogna andare molto indietro, a quando da lì passa la Via della seta, sulla quale si snodano i commerci tra l’impero romano e quello cinese: è un periodo felice caratterizzato dalla prosperità e dal benessere poiché il commercio porta con sé la tolleranza reciproca. Da sempre crocevia di popoli, l’Afghanistan è terra di passaggio ma anche punto d’approdo per quei molti, di diversa origine e provenienza, che decidono di stabilirsi lì dando vita a quelle differenze etniche che sono tutt’oggi una caratteristica tra le più significative del popolo afghano. A titolo di curiosità, aggiungo che proprio in Afghanistan sembra sia nato il profeta e mistico Zarathustra, fondatore del zoroastrismo.

Ahimé, le buone notizie finiscono qui. Ora iniziano le tribolazioni. Tra i primi a invadere quella regione, nel 330 a.C., c’è il condottiero macedone Alessandro Magno. Poi seguono nuove conquiste e dominazioni: Kushan Tocari, Parti, Sciti, Unni Bianchi, Sasanidi persiani, Turchi e altri. Tutti sembrano irresistibilmente attratti da quelle terre aspre e montuose.

Nel VII secolo gli arabi invadono l’intera area convertendo le popolazioni alla nuova religione: l’islam. Il Corano diventa per le varie tribù e le molte etnie locali quel minimo comune denominatore che non hanno mai avuto prima. Attorno all’anno 1000, l’Afghanistan è dominato dalla dinastia turca dei Ghaznavidi, dei quali si distingue il sultano Mahmud di Ghazna.

Nella lunga lista di conquistatori può forse mancare Gengis Khan? No di certo. Ed ecco che nel 1219 quella regione viene presa dai mongoli che la tengono sotto il loro controllo per circa un secolo. Alla fine del XIV secolo il territorio afghano viene incorporato nel vasto impero asiatico del condottiero Tamerlano. Nel XVIII secolo gli afghani da conquistati diventano conquistatori. Guidati da Khan Nasher, insorgono contro la Persia che sconfiggono e controllano per un decennio, dal 1719 al 1729.

Se anche da quelle parti il buongiorno si vede dal mattino, ritengo utile che il lettore sia messo al corrente del fatto che l’episodio fondamentale che porta alla nascita del moderno Afghanistan è un assassinio: il 19 giugno del 1747 lo scià Nadir Shah – che ha ripreso la Persia e invaso diverse province dell’Afghanistan – viene ucciso. La sua morte spiana la strada al generale afghano di etnia pashtun Ahmad Durrani, il quale si proclama scià e riconquista tutti i territori afghani caduti in mano ai persiani. Grazie all’Impero Durrani l’Afghanistan diventa finalmente una realtà geopolitica più definita, oltre a sancire l’etnia pashtun come predominante sulle altre.

Degli otto Stati che formano l’Asia meridionale, tre non hanno uno sbocco sul mare: il Nepal, il Bhutan e il nostro Afghanistan. Durante il periodo coloniale questa caratteristica, che spesso è considerata un handicap, non gli impedisce di diventare fondamentale per le strategie espansionistiche che vedono contrapporsi da un lato la Russia degli zar – in particolare Nicola I, Alessandro II e Alessandro III – e dall’altro l’impero britannico di sua maestà la regina Vittoria. L’800 è il secolo del cosiddetto Grande gioco.

La Russia sta allargando i suoi confini conquistando uno dopo l’altro i Paesi dell’Asia centrale, così facendo scende sempre più verso l’Afghanistan. Per gli inglesi questa espansione rappresenta una grave minaccia poiché mette in pericolo il loro predominio in Asia meridionale. Proprio nel corso di questo lungo e snervante Grande gioco, combattuto sia militarmente con tre guerre anglo-afghane tra il 1839 ed il 1919, che con lo spionaggio e talvolta con la diplomazia, vengono definiti i confini dell’Afghanistan attuale, come la linea Durand, che segna la frontiera col Pakistan, disegnati così dagli inglesi con obiettivi militari precisi, tra i quali evitare che l’espansione della Russia arrivi a confinare direttamente con l’India Britannica. Questo ad esempio è lo scopo del Corridoio del Wakhan, uno stretto lembo di terra che permette all’Afghanistan di raggiungere la Cina ma, soprattutto, di creare una separazione tra Russia e India.

L’Afghanistan si ritrova così a fare da cuscinetto tra questi due imperi. In tutto questo periodo si alternano alla sua guida governi fantoccio, nuovi scià e nuovi re, in qualche caso autoproclamati, senza che s’interrompa la scia di sangue fatta di omicidi, faide, colpi di stato, tradimenti e vendette, il tutto sulla testa degli afghani i quali, tranne quelli che vivono a Kabul, guardano con pigra indolenza ai pur turbolenti avvenimenti della capitale. Le vocazioni dell’afghano sono l’agricoltura e la pastorizia nomade, condivise con gran parte delle popolazioni dell’Asia non solo meridionale. Un’indole caparbia ma anche semplice, il cui afflato raggiunge nell’Ottocento l’Europa e l’Italia tramite la trasfigurazione letteraria, romantica e malinconica testimoniata dal poeta Giacomo Leopardi nel suo celebre Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

Per le etnie afghane la cultura tribale è predominante e l’idea di nazione non fa mai veramente presa. Chi tenta di creare orgoglio patriottico è prima Abdur Rahman Khan, chiamato l’Emiro di ferro, poi soprattutto re Amanullah Khan il quale, con la terza ed ultima guerra anglo-afgana del 1919, riesce ad ottenere l’indipendenza dai britannici: l’evento è celebrato ogni 19 agosto quale festa nazionale. È poi sotto il re Mohammed Zahir Shah, in carica dal 1933 al 1973, che il Paese conosce finalmente un duraturo periodo di pace e stabilità; con lui l’Afghanistan resta neutrale durante la seconda guerra mondiale né si allinea all’America o all’URSS durante la Guerra fredda.

Per meglio comprendere la sostanziale disomogeneità del Paese, è opportuno ricordare che quando i governanti promulgano una nuova legge o varano una riforma, questa ha effetto soprattutto nella capitale. Man mano che ci si allontana da Kabul, arrivando fino alle province più remote, l’azione del governo perde vigore e viene percepita come qualcosa di via via sempre più lontano e sfuocato. Come detto, questo è in gran parte dovuto alla divisione in molte etnie che compongono gli oltre 30 milioni di abitanti dell’Afghanistan: pashtun, tagiki, hazara, uzbeki, aimak, turkmeni, beluci, nomadi kuchi e altre minoranze. Una frammentazione che ritroviamo anche nelle lingue: due le principali, il dari– la più diffusa, parlata dal 50% della popolazione – e il pashtu – parlata dal 35% degli afghani – alle quali vanno aggiunte almeno il turkmeno, l’uzbeco, il beluci, le lingue del Pamir, il nuristani e il pashay. Oltre a questo, il Paese non è veramente unito nemmeno sotto il profilo della logistica: a tutt’oggi i trasporti sono arretrati, non c’è una vera rete ferroviaria e le strade di collegamento sono poche e malandate. Anche la televisione nazionale, il cui unico canale per tanti anni è stato Tele Kabul, non è nazionale per niente riuscendo a trasmettere solo nella capitale.

Nel luglio del 1973, un nuovo colpo di stato, stavolta non cruento, sovverte ancora una volta le sorti dell’Afghanistan. Mohammed Daud Khan, ex Primo ministro nonché cugino del re, spodesta quest’ultimo, pone fine alla monarchia e fonda la prima Repubblica afghana diventandone presidente. Dura quasi cinque anni. Nell’aprile del 1978, il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA), di ispirazione marxista-leninista, fa un nuovo colpo di stato, stavolta cruento: Daud Khan viene ucciso e i comunisti prendono il potere con quella che è passata alla storia come la rivoluzione di Saur. Diventa capo del governo Nur Mohammad Taraki, segretario generale del PDPA, il quale cerca di imporre una svolta marxista alla politica e all’economia del paese. Dopo circa un anno viene assassinato dal suo rivale di partito Hafizullah Amin che ne prende il posto e, in perfetto stile sovietico, annuncia al popolo che Taraki è morto a causa di “una misteriosa malattia”.

La Russia comunista finanzia il PDPA sin dalla sua nascita, avvenuta nel 1965, poiché è interessata all’Afghanistan esattamente come lo era la Russia zarista. L’allora leader del Cremlino Leonid Breznev, il suo ministro degli esteri Gromyko, il ministro della difesa Ustinov ed il capo del KGB Andropov tengono Kabul sotto la lente d’ingrandimento. Breznev ovviamente saluta con soddisfazione questa svolta che ha tanto caldeggiato ed i rapporti politico-commerciali tra Afghanistan e URSS diventano immediatamente più stretti.

Il presidente Amin, che rimane in carica da marzo a dicembre del 1979, riesce ad essere alquanto feroce: dà il via ad un’autentica purga di stampo stalinista con la quale fa fuori migliaia di afghani, sia tra gli oppositori interni del partito che tra la resistenza che contrasta il suo governo. Questo fa rapidamente crescere l’odio nei suoi confronti ed è soprattutto il mondo islamico a reagire con fermezza ad un regime giudicato ateo e infedele.

Non dimentichiamo che l’anno precedente c’è stata la rivoluzione iraniana – anche se sarebbe più corretto chiamarla controrivoluzione – che ha costretto lo scià Reza Pahlavi a riparare all’estero mentre l’ayatollah Khomeyni, accolto in gloria a Teheran dopo anni d’esilio, prendeva il potere e trasformava l’Iran nella repubblica islamica, teocratica e sottomessa alla shari’a che conosciamo tutt’oggi. Salvo rare eccezioni, questo evento è salutato con fervida esaltazione dai mussulmani di tutto il mondo, non solo dai più integralisti. Anche i mujaheddin, cioè i combattenti afghani che resistono al regime comunista di Amin, sono galvanizzati e ispirati dall’Iran che a sua volta li aiuta ad armarsi per combattere gli infedeli del governo di Kabul.

Il presidente Amin, incapace di far fronte ai crescenti rigurgiti di ribellione, cerca disperatamente un’impossibile sintesi politica tra comunismo ed Islam, tentando addirittura di mettere sullo stesso piano Marx e Maometto. Fallisce miseramente l’intento. Intanto Breznev perde la fiducia in lui e il KGB fa circolare la voce che il presidente afghano sia in combutta con la CIA. Ma la cosa che più di ogni altra preoccupa Mosca è che Amin stia creando in Afghanistan le stesse condizioni che in Iran hanno determinato il ritorno al potere dei fondamentalisti islamici: che lo faccia per manifesta incapacità o per segreta complicità coi ribelli è secondario. Breznev non ha la minima intenzione di ritrovarsi confinante con un emirato il quale, per contrastare l’ateismo di stato imposto dal comunismo, potrebbe incalzare alla rivolta quei Paesi a maggioranza mussulmana già appartenenti all’URSS come Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan, tutti confinanti con l’Afghanistan. Insomma, Mosca vuole evitare un effetto domino di quanto accaduto in Iran.

La sera del 24 dicembre 1979 prende il via l’operazione Štorm 333. Le truppe sovietiche invadono l’Afghanistan. Amin viene fatto fuori e sostituito da Babrak Karmal, anche lui un burattino nelle mani di Mosca. I russi stimano in tre anni il tempo necessario per sconfiggere gli insorti e normalizzare il Paese. Nulla di più errato. Per l’URSS, l’Afghanistan si rivela un pantano mortale. Rimangono lì per circa dieci anni senza cavare un ragno dal buco. La capacità di colpire dei mujaheddin è micidiale, un mordi e fuggi rapido e letale, aiutati anche dalla complessa morfologia del vasto territorio oltre che dagli armamenti che gli vengono forniti da Iran e USA, quest’ultimi grazie al presidente Carter e poi al presidente Reagan i quali, in funzione anticomunista, applicano il principio secondo il quale il nemico del mio nemico è mio amico. Molti soldati russi muoiono in Afghanistan, mentre tanti altri tornano a casa mutilati. «Appaiono dal nulla, colpiscono e scompaiono come fantasmi», raccontano gli ufficiali sovietici, impreparati ad affrontare l’abilità guerrigliera dei mujaheddin. Alla frustrazione derivata da questa impotenza, si aggiunge il fatto che tutti quegli afghani che i russi hanno lungamente addestrato militarmente per formare un esercito in grado di fronteggiare i ribelli, alla prova dei fatti si rifiutano di combattere e disertano. Nel campo profughi pakistano di Peshawar viene scattata una delle immagini più iconiche e celebri della storia del giornalismo: il ritratto di ragazza afghana del fotografo statunitense Steve McCurry, pubblicata sulla copertina del National Geographic nel giugno 1985. Nel 1986 Karmal viene sostituito da Mohammad Najibullah, il quale conosce bene la terribile situazione di frammentazione e instabilità nella quale versa il Paese anche perché, dal 1980 al 1985, ha diretto il KHAD, cioè i servizi segreti afghani. A Mosca intanto, morti Breznev, Andropov e Černenko, viene eletto come nuovo leader Mikhail Gorbaciov, il quale ammette subito che quell’invasione è stato un grossolano errore ed inizia a predisporre il ritiro. I reparti dell’esercito russo cominciano il ripiegamento il 15 maggio 1988. Infine, il 15 febbraio 1989, quale ultimo soldato sovietico ad uscire dall’Afghanistan, il comandante generale Boris Gromov attraversa simbolicamente il ponte sul fiume Amu Darya, rientrando nell’allora Repubblica Socialista Sovietica Turkmena da dove i russi hanno iniziato l’invasione quasi dieci anni prima. La guerra è finita.

Ma la ritirata non porta la pace, poiché quasi immediatamente scoppiano nuove e antiche faide all’interno delle varie fazioni ribelli: la scia di sangue afghana sembra non avere mai fine. ll presidente Najibullah resta in sella altri tre anni tentando invano di pacificare un Paese in fiamme, diviso e devastato dal lungo conflitto. Nel 1992 è costretto a dimettersi; chiede e ottiene asilo presso gli uffici ONU di Kabul. Chi decide di prendere in mano la situazione e porre fine alla guerra civile in atto sono gli studenti afghani che hanno frequentato le màdrase, cioè le scuole coraniche del Pakistan. In persiano, così come in lingua pashtu, la parola studente si dice taleb, mentre il plurale studenti si dice taleban. I talebani quindi, guidati dal mullah Omar, inglobano gran parte dei mujaheddin e riescono a conquistare sia il Paese che il consenso di tantissimi afghani facendo giustizia sommaria laddove vi sono soprusi. Prendono Kabul ed irrompono nella sede dell’ONU per catturare Najibullah il quale viene orribilmente torturato e poi ucciso. Da repubblica, l’Afghanistan diventa un emirato islamico che i talebani governano seguendo la più rigida applicazione del Corano dal 1996 al 2001. Tra le altre cose, in quel periodo Tele Kabul è costretta a chiudere e vengono distrutti a cannonate i due antichissimi Buddha giganti scolpiti nella roccia della valle di Bamiyan – a 230 chilometri da Kabul – poiché i talebani li considerano simboli pagani, quindi proibiti dal sacro testo dell’islam.

Ma non tutto l’Afghanistan si piega al fondamentalismo: chi si distingue per determinazione e coraggio è Ahmad Shah Massoud, leader dell’Alleanza del Nord. Afghano di etnia tagika, il “generale” Massoud, oltre che un valido combattente, è un uomo di grande cultura. Figura carismatica molto amata e rispettata, le sue qualità gli valgono l’appellativo di leone del Panjshir. Lui e la sua Alleanza erano strenui oppositori dei sovietici come lo sono dei talebani.

Uno dei principali introiti del governo talebano sono i dazi su beni in transito da e verso l’Afghanistan, almeno così dicono alcuni analisti secondo i quali i guadagni derivanti dalla produzione e dal traffico dell’oppio – ricavato dalla pianta del Papaver somniferum, molto diffusa in Afghanistan – non sono così significativi. Altri sostengono invece che, con un giro d’affari pari a 4 miliardi di euro l’anno – tassato dai talebani al 10% – proprio la droga costituisce una delle entrate primarie. È altrettanto vero che a partire dal 2000 i talebani riducono drasticamente la produzione di oppio perché non compatibile coi precetti dell’islam; una decisione che naturalmente crea molti malumori tra i coltivatori. Scopo dei talebani è quello di chiedere maggiori finanziamenti alla comunità internazionale in forma di “aiuti alla popolazione”.

A questo punto è opportuno sottolineare come la mentalità industriale non sia mai riuscita ad attecchire in Afghanistan. L’indole della popolazione, la costante precarietà politica e i numerosi conflitti hanno costretto a privilegiare un’agricoltura di sussistenza, tutto sommato primitiva ma più rapida da ricostruire in caso di distruzione. Le divisioni che lacerano il paese, le infrastrutture spesso fatiscenti oltre ad una certa mancanza di lungimiranza nelle classi dirigenti, hanno tra gli effetti negativi quello di non aver mai seriamente intrapreso lo sfruttamento delle impressionanti risorse minerarie di un Paese che ha certamente giacimenti di petrolio e di gas naturali, ma che soprattutto è ricchissimo di ferro, rame e litio, quest’ultimo oggi molto richiesto in quanto largamente usato in campo tecnologico. Inoltre c’è l’uranio, la bauxite, il cobalto, l’oro, l’argento, il carbone, il neodimio, il cerio, il lantanio ed altri preziosi REE (Rare Earth Elements), tutti presenti in grandi quantità nel sottosuolo afghano. Creando una vera industria mineraria nazionale, si potrebbe ottenere un’economia moderna, stabile, molto redditizia e duratura, della quale gioverebbe l’intero Paese in termini di lavoro e di benessere.

Ma torniamo agli anni ’90. Il fondamentalismo afghano attrae l’attenzione dello sceicco saudita Osama Bin Laden, che nel 1996 si trasferisce in Afghanistan su invito dei talebani. Il leader di Al Qaida – parola che in arabo significa “la base” – considera quello come il luogo ideale per reclutare e addestrare terroristi fanatici pronti al martirio. Obiettivo di Bin Laden è il grande satana, cioè gli Stati Uniti d’America e non sbaglia nel riporre fiducia sui guerriglieri afghani. Ad esempio, il terrorista pakistano Ramzi Yusuf, che nel 1993 pianifica l’attentato con l’autobomba che esplode nel parcheggio sotterraneo del World Trade Center di New York, si è addestrato proprio coi mujaheddin in Afghanistan specializzandosi nel fabbricare esplosivi. Sempre Yusuf è la mente del progetto Bojinka, che consiste tra l’altro in una serie di attentati simultanei ad aerei di linea in volo, oltre ad un attacco alla sede della CIA a Langley, in Virginia, tramite un aereo kamikaze carico di esplosivo. Questo progetto va a monte perché nel 1995 la polizia filippina di Manila, per una circostanza fortuita, scopre uno degli uomini chiave di Yusuf in possesso di materiale compromettente, lo arresta e lo fa confessare. Ciò nondimeno Bin Laden rimane affascinato dall’idea di perpetrare un attentato usando aerei kamikaze ed infatti molti storici considerano il fallito progetto Bojinka come precursore dell’11 settembre.

Il 7 agosto 1998 Al Qaida fa sentire la sua voce con gli attacchi quasi simultanei alle ambasciate americane in Kenya e in Tanzania che provocano complessivamente 223 morti e oltre 4000 feriti, la maggior parte dei quali a Nairobi. Il 9 settembre 2001 il leone del Panjshir Massoud viene ucciso da due terroristi suicidi marocchini inviati da Al Qaida i quali si fingono giornalisti della TV: la loro telecamera è in realtà piena di esplosivo.

Arriviamo ora all’attentato che cambia il corso della storia: la mattina di martedì 11 settembre 2001, quattro aerei di linea statunitensi – due della American Airlines e due della United Airlines – vengono dirottati da 19 terroristi appartenenti ad Al Qaida. Due di questi aerei si schiantano a New York contro le torri nord e sud del World Trade Center; il danno è tale che i due edifici collassano dopo meno di due ore dall’impatto. Un terzo aereo colpisce il Pentagono, sede del Dipartimento della Difesa americano, provocandone il crollo della facciata ovest. Infine il quarto aereo, col quale i terroristi stanno volando verso Washington per colpire con ogni probabilità la Casa Bianca, precipita in un campo della Pennsylvania grazie all’eroica rivolta dei passeggeri a bordo. L’attacco dell’11 settembre provoca la morte di 2977 persone, più i 19 terroristi, e il ferimento di almeno altre 6000. A pochi minuti dall’attentato, viene diramato un comunicato dei talebani i quali affermano che loro non c’entrano niente. Come avrebbero detto i latini: excusatio non petita, accusatio manifesta. L’intelligence statunitense non ci mette molto a capire che dietro quell’attacco c’è Bin Laden e i suoi amici afghani. Le immagini degli aerei che si schiantano contro le torri gemelle fanno rapidamente il giro del mondo, suscitando orrore in occidente e giubilo nel mondo islamico. Molti mussulmani in Medio Oriente scendono in strada per festeggiare, a cominciare dai palestinesi i quali vedono dietro quegli attacchi anche un movente anti israeliano.

Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush dà l’ultimatum a Kabul: consegnare Bin Laden e tutti i leader di Al Qaida è la prima di una serie di richieste. I talebani le respingono tutte al mittente. Il 7 ottobre 2001 le forze armate degli Stati Uniti d’America e della Gran Bretagna iniziano a bombardare l’Afghanistan. La guerra viene combattuta utilizzando le più moderne tecnologie militari disponibili; i talebani sono duramente colpiti a partire dai loro campi di addestramento.

La guerra in Afghanistan dura praticamente vent’anni esatti, ma da un certo momento in poi i media e l’opinione pubblica se ne interessano sempre meno, soprattutto da quando nel 2003 il presidente Bush decide di dichiarare guerra anche all’Iraq di Saddam Hussein. Questa nuova guerra – che l’amministrazione USA giustifica come “preventiva” – catalizza tutta l’attenzione del pianeta, facendo passare l’Afghanistan in secondo piano. Nel corso del ventennio afghano si cerca di costruire un sistema democratico e di addestrare un esercito locale in grado di difendere il Paese da solo. Il 2 maggio 2011 un plotone di Navy Seal statunitensi trova e uccide Osama Bin Laden nel suo nascondiglio ad Abbottabad, in Pakistan. «Giustizia è fatta», commenta il presidente Barack Obama. Il 23 aprile 2013, a Karachi, muore per tubercolosi il mullah Omar. I talebani, che non possono applicare contro gli americani le stesse tecniche di guerriglia utilizzate contro i russi per via della tecnologia superiore della quale dispongono i soldati USA, assumono una posizione attendista e, almeno apparentemente, spariscono dalla circolazione. L’Afghanistan sembra vivere una nuova stagione di affrancamento dalla shari’a: le donne possono finalmente togliere il burqa e frequentare l’università. Durante quegli anni la produzione di oppio cresce a dismisura: si calcola che nel 2007 oltre il 90% degli oppiacei in giro per il mondo provengono da lì, ma non dobbiamo dimenticare che l’oppio è usato anche dall’industria farmaceutica per produrre, ad esempio, analgesici e sedativi.

L’Afghanistan ha oramai un suo governo ed un suo esercito e l’idea del presidente americano Donald Trump è che quel Paese può e deve camminare con le sue gambe: il 29 febbraio 2020, a Doha, nel Qatar, vengono firmati gli accordi di pace tra talebani e Stati Uniti d’America i quali prevedono il cessate il fuoco da ambo le parti in modo che il ritiro dei soldati statunitensi possa avvenire senza incidenti. Gli USA promettono di andarsene entro il 31 agosto 2021. Nel frattempo viene eletto alla Casa Bianca Joe Biden: spetta a lui il compito di attuare quegli accordi.

I servizi segreti americani ipotizzano che i fondamentalisti islamici abbiano bisogno di alcuni mesi per potersi riorganizzare, invece la situazione precipita inaspettatamente nel giro di poche settimane. I talebani tornano prepotentemente in scena e la loro avanzata è violenta quanto inarrestabile. Il presidente afghano Ashraf Ghani fugge dal paese – si dice portando con sé valige piene di soldi – ed i soldati afghani addestrati dagli americani, esattamente com’era già accaduto coi sovietici, scelgono di non combattere e disertano in massa, come ha ricordato anche il presidente Biden il quale ha aggiunto: «I soldati americani non possono continuare a morire in una guerra che gli stessi afghani non vogliono combattere». Difficile dargli torto. La sera del 15 agosto 2021 i talebani riprendono Kabul e il 19, giorno della festa d’indipendenza afghana, proclamano la restaurazione dell’emirato islamico sottomesso alla shari’a.

In poche ore tutto ritorna esattamente a come prima del conflitto, cioè al 2001: i vent’anni di guerra vengono azzerati, quasi non ci fossero mai stati. L’Afghanistan, il cui principale elemento culturale comune è solamente la religione, ha mostrato nel corso della sua storia tutta la debolezza di un popolo diviso che non ha mai assimilato il concetto di nazione, nel senso alto e nobile di patria. Pagando per questo un prezzo altissimo.