Diego Fusaro per Fichte (1762-1814) ha solo parole di elogio. E non sarà nemmeno un caso il fatto che sia proprio lui a curare per Bompiani la Missione del Dotto. Pur non appartenendo ai filosofi che più direttamente lo hanno influenzato, come Aristotele, Hegel, Marx. Nell’autore della Dottrina della Scienza c’era l’insopprimibile esigenza di distinguere il pedante dall’intellettuale vero. L’uomo di cultura ha una funzione nella società in cui vive. Non è l’accademico, che accumula libri e nozioni nella torre d’avorio del sapere.  È piuttosto il “Maestro dell’umanità che sostiene e sorveglia il progresso del genere umano grazie alla conoscenza della destinazione, dei mezzi e delle difficoltà che tale itinerario comporta”. «In Fichte l’esigenza religiosa e l’esigenza politica, finalmente formulate in problema filosofico e placate in una soluzione ragionata, si fusero e confusero, nell’ideale di una religione laica, destinata a rinnovare la società umana, civile e politica per opera di una chiesa di dotti. È questo il problema da cui nasce la filosofia fichtiana: è per risolvere questi problemi che il primo assunto del pensiero fichtiano è la definizione di una ‘filosofia della libertà’ che, per potersi pienamente dispiegare sul piano mondano, necessita dell’intervento attivo degli intellettuali».

Appunta Fusaro: «Se si volesse tradurre alla lettera l’espressione tedesca, il Gelehrter è colui che sa perché ha appreso, ossia l’esperto, il perito, l’istruito, l’erudito (De officiis eruditorum è il modo in cui, nel catalogo ufficiale, venivano presentate le lezioni fichtiane), l’uomo che si è formato culturalmente secondo un apprendistato e che ha dedicato la sua esistenza allo studio e alla cultura. […] La lingua italiana chiama “dotto” colui che ha studiato durevolmente, acquisendo ampie e approfondite conoscenze e che ipso facto è un erudito, un sapiente, ossia un individuo che, proprio in forza della sua scelta teoretica, si tiene a distanza di sicurezza dalle terre perigliose della politica e dell’agire in società, intese come fuorviamenti» rispetto al telos dell’acquisizione solipsistica. «La sua cultura resta, in questo senso, una questione puramente individuale e scevra di quel nesso biunivoco con il reale che, cifra della “vocazione” dell’intellettuale, Fichte codifica secondo la dialettica del ‘Ricevere’ e del ‘dare’, in accordo con la quale il Gelehrter si forma in società (ricevendo da essa la cultura) e agisce in essa (dandole il suo concreto apporto in qualità di guida del genere umano).

L’io empirico deve tendere alla condizione dell’Io puro, attività pura e unità armonica, superando il molteplice e il contraddittorio e, dunque, conformando a sé il non-Io, ciò che razionale non è. Una meta che magari è irraggiungibile, semplicemente messa lì, a cui comunque dobbiamo tendere con tutti i nostri sforzi. Una società “moralizzata” non necessiterà più di “strumenti coercitivi”. È come se maturasse da dentro, senza “imposizioni estrinseche”. È il grande tema dell’armonia dello Stato, il tema che sarà di Mazzini e di Spaventa. È il soggetto che deve avvertire le leggi come cogenti. Il fine ultimo dell’uomo è quello di passare dalla convivenza societaria alla libera comunità. Al tempo stesso l’originaria intersoggettività si trasforma, come in Mazzini, in sostanza del dovere. È un obiettivo cosmopolita che riguarda tutti gli uomini come fratelli. Con le parole di Fichte: «La destinazione dell’umanità è l’ininterrotto dispiegamento omogeneo di ogni disposizione e bisogno dell’umanità in quanto tale».

Scrive Diego Fusaro: «Sono temi che Fichte matura anche in forza della sua frequentazione degli ambienti massonici (si era affiliato alla Massoneria fin dal 1793). In particolare, era stato Lessing, nell’opera Discorsi per Massoni (1778-1780), a porre al centro della riflessione […] la moralizzazione dell’umanità». Lo Stato svolge uno ruolo imprenscindibile, ponendosi addirittura come “l’ultimo baluardo dell’egemonia del politico sull’economico e, dunque, di resistenza contro l’irruzione dell’entropia commerciale e del suo ‘cattivo cosmopolitismo’, universalizzazione planetaria degli egoismi”.

«L’irrelata atomistica delle solitudini in cui il trionfo dell’utilitarismo e dei principi astratti dell’intelletto almanaccante degli Enciclopedisti francesi ha sbriciolato l’umanità comporta, come sua logica conseguenza, il rovesciamento della libertà». No, si può essere liberi solo se tutti lo sono, ossia se lo è la comunità come soggetto unitario. Questo il processo che deve favorire l’intellettuale. Ancora, nella Filosofia della Massoneria (1802), il testo che riproduce le conferenze tenute da Fichte nella loggia massonica di Berlino, la tesi portante è quella in accordo con la quale, nella società, vi è una somma di Bildungen specifiche che, grazie al concreto operare della Massoneria, potranno diventare un’unica Bildung, perseguita armonicamente da tutti come un solo corpo. La società però, e già ai tempi di Fichte, ha quella che il filosofo più tardi chiamerà la “compiuta peccaminosità”, cioè la superstiziosa credenza che soltanto l’empiria esista, il darsi del mondo, e “evirata e pusillanime” bolla come “fanatismo” tutto quanto le si oppone e tutto ciò a cui non è in grado di innalzarsi. E Crisanti e Galli non erano ancora nati, per dire.