Nonostante l’abbiamo ascoltata con le nostre orecchie e poi riletto le sue dichiarazioni con i nostri occhi, ancora abbiamo difficoltà a credere che il ministro degli Interni abbia potuto dire alle Camere di non aver arrestato un pregiudicato come Luciano Castellino, perché vi erano i rischi di una reazione violenta dei suoi sodali. Sarebbe come dire, non arrestiamo Riina perché i mafiosi potrebbero mettere le bombe. Cioè in altre parole, non rispettiamo la legge, perché se la rispettiamo rischiamo poi di non poter controllare l’ordine pubblico.

Tanto è incredibile una simile interpretazione che avremmo anche potuto ritenere semplicemente, che il ministro degli Interni non avvezzo all’uso dei question time e a rivolgersi alle Camere, quando mai lo ha fatto con un precedente governo che le aveva chiuse, volesse intendere semplicemente che era meglio ritardare l’arresto di Castellino per evitare le violenze della piazza. Meglio fare tornare tranquillamente un simile soggetto a casa e arrestarlo in un secondo momento, come poi è accaduto.
Non fosse che Castellino ha incitato le violenze e poi le ha sostenute nell’attacco alla sede della Cgil e in quella tentata a Palazzo Chigi. La sagace strategia messa a punto dal ministro degli Interni naufraga, se non nei pressi di Largo Chigi, dove sono intervenuti gli idranti per disperdere i facinorosi, davanti ai fatti di Corso d’Italia. Una sede istituzionale come quella di un sindacato è stata devastata sotto gli occhi della polizia inerme. Perché mai la polizia non è intervenuta a Corso d’Italia per arrestare almeno in flagranza di reato quegli scalmanati? Temeva violenze più gravi? E di conseguenza secondo l’illuminato parere del ministro degli Interni qual è il tasso di violenza a cui deve essere sottoposta la cittadinanza per poter sperare in una reazione delle forze dell’ordine, tale da poter essere gestita e controllata? E aggiungiamo, il ministro degli Interni, conosce il termine prevenzione? A uno come Castellino non si dava una piazza nel centro di Roma, non lo si lasciava sfilare in corteo e meglio ancora, lo si arrestava appena uscito di casa. C’è una sentenza del tribunale che ne consente l’arresto senza flagranza del reato per i suoi precedenti.

Non c’è da stupirsi se l’onorevole Meloni abbia sbottato che con queste considerazioni, il ministro degli Interni ci riporta alla strategia della tensione, ma l’onorevole Meloni sbaglia. Con questo comportamento il ministro degli Interni ci conduce all’impotenza e alla rassegnazione dello Stato democratico. Le violenze ci sono state tali da far degenerare l’ordine pubblico proprio perché simili figuri sono stati liberi di parlare e circolare. Il ministro degli interni sa essere severo solo con i bambini confinati entro cento metri da casa e con i loro pacifici genitori, come recitavano le sue rivoltanti circolari durante la pandemia. Abbiamo affidato l’ordine pubblico a chi sa vessare gli inermi e si cala le braghe e davanti ai prepotenti.

Il presidente del Consiglio Draghi aveva detto presentandosi per la prima volta alle Camere che il suo governo sarebbe stato repubblicano. Evidentemente il governo a cui subentrava non lo era stato. Purtroppo non lo erano nemmeno molti dei ministri che ne facevano parte. Costoro non sapevano e ancora non sanno nemmeno cosa sia una Repubblica che corre i suoi rischi per arrestare la violenza, non che non li corre e la lascia dilagare.