La crisi della legislatura si è aperta nel momento in cui il Parlamento ha ratificato una modifica costituzionale che taglia un terzo dei deputati. Per avere un parlamento forte, si sarebbero dovuti individuare i nuovi criteri elettorali, sciogliere le Camere e tornare subito al voto. Si è preferito tenere in piedi le Camere e rinviare il taglio alla prossima legislatura. Un terzo dei parlamentari sa già matematicamente di non essere rieletto nel corso di questo stesso mandato, per cui viene da chiedersi quale sia l’affidabilità, e l’impegno che lo contraddistingue. Considerando che gran parte dell’elettorato nemmeno li conosce gli eletti, sono stati scelti dalle segreterie dei rispettivi partiti, ognuno può immaginarsi cosa possa accadere. Tutti, deputati e senatori, sanno già se saranno ricandidati o se torneranno direttamente a casa. Da qui il declassamento avvenuto delle Camere che hanno persino rinunciato alle loro funzioni costituzionali nel pieno corso di una pandemia rimettendosi alle decisioni del governo e sulla base di un decreto della protezione civile. Qualcosa di scandaloso per la vita della Repubblica, dove i poteri che spettano solo al Parlamento si sono trasferiti alla protezione civile!
L’epurazione prossima ventura di un terzo di questo corpo parlamentare è ancora insufficiente, non bisognerebbe rieleggere più nessuno. Poi si può riconoscere il soprassalto di coscienza avvenuto che ha portato al governo Draghi, ma per arrivare a questo occorreva veramente che il governo Conte II raschiasse il fondo del barile della storia repubblicana.

Trattandosi ora del terzo governo della legislatura, il nuovo governo, senza nemmeno ricorrere a Draghi disporrebbe di una navigazione abbastanza tranquilla. Poi si aggiunge alla debolezza del Parlamento, il prestigio del presidente del Consiglio per cui pensare che ci possano essere degli sconvolgimenti politici a causa di un’elezione amministrativa magari, piuttosto che di un qualche dissenso specifico fra i segretari di partito, fa ridere.

Gli unici problemi che Draghi può avere dipendono dalla sua stessa compagine ministeriale. Se qualcuno dei ministri o dei sottosegretari non si mostra all’altezza, questo incide sul prestigio del governo, ed è evidente purtroppo che per quanto Draghi sia riuscito a migliorare persino i suoi ministri, in certi casi l’opera sarebbe impossibile non per lui, ma per un Dio. Una situazione tanto delicata, potrebbe influire su una disponibilità di Draghi ad accettare la candidatura alla presidenza della Repubblica. Il professor Prodi, molto interessato e straordinariamente tornato attivo in queste settimane, ha detto che si tratterebbe di decidere fra un anno di potere e sette di autorevolezza. Forse Prodi vuole candidarsi alla prossima presidenza del Consiglio, visto che si è tornato a parlare di Ulivo.
Non per dispiacergli, ma per la verità quello che servirebbe al Paese, con tutte le scadenze, a cominciare da quelle finanziarie, che lo attendono, è di concludere la legislatura con Draghi alla guida del governo e poi di riaprire la prossima con questa stessa formula politica, l’unica davvero positiva di questo ventennio.