Quella di Francesco Nucara è una fede. Laica, certo, ma pur sempre una fede. Credi in un bouquet di valori e il resto è discesa che fai con convinzione. Questo emerge in questo libro fatto di riflessioni e di incontri: quando hai la schiettezza dalla tua, tutto è efficace. Gli incontri sono in tutto 13, repubblicani e no, ma non è una galleria o una raccolta, perché è la passione che svolge la narrazione. Non è una cosa che sta lì, nella memoria, e che tiri su per stupire, è la tua vita, che si intreccia con la storia. Tredici ritratti (Michele Cifarelli, Emanuele Terrana, Oddo Biasini, Ugo La Malfa, Randolfo Pacciardi, Silvio Berlusconi, Stelio De Carolis, Antonio Del Pennino, Giovanni Spadolini, Giorgio La Malfa, Bruno Visentini, Enrico Cuccia) sono gli incontri di sessant’anni. Con personaggi carismatici, intellettuali, potenti, e “figli di Dio”: «Giorgio La Malfa da bambino si aggrappava alle tende e le tirava giorno. Gli lasciavano fare quel che voleva. Insomma era un bambino maleducato… lo è rimasto». Questo scappò a Visentini nel corso di una cena a Carrara. E cosa succede normalmente in una cena tra amici? Si parla in libertà, è il minimo. Solo che quella sera a tavola  c’era anche Francesco Merlo del Corriere della Sera. Così questa storia di La Malfa e delle tende finì sul giornale la mattina dopo.

Se li conti sono sessant’anni, dicevamo. Definirsi o sparire, ammoniva Giovanni Bovio, e certo la passione in questo consisteva: nel mettersi definitivamente a fuoco, a partire da quel conflitto sottotraccia presente dal passaggio dalla generazione di Giovanni Conti e Randolfo Pacciardi ai lamalfiani, cioè il conflitto tra i mazziniani e gli azionisti “che misuravano la distanza tra il sogno di una forza a vocazione popolare e la realtà di una nomenklatura elitaria. Scontro sanguigno, mai sedato nemmeno dalla fratellanza che univa molti di loro sotto il simbolo del compasso. «Presidente, si dice che lei sia massone», fu chiesto a Giovanni Spadolini. «E voi lasciatelo dire»‚ ebbe a rispondere. «Lasciate che circoli la voce». Del resto era massone uno dei primi riferimenti dell’autore: Emanuele Terrana che, una volta al Ministero, si circondò di massoni.

«Secondo gli “acculturati”», scrive Nucara, «il Pri è un partito interclassista. E invece no! Il Pri è un Partito Popolare. Prova ne sia che fino all’avvento del Partito d’Azione i segretari nazionali erano “figli del popolo”: Giovanni Conti figlio di un artigiano delle calzature, Randolfo Pacciardi figlio di un manovratore delle Ferrovie e, ultimo ma non ultimo, Ugo La Malfa figlio di maresciallo di Pubblica Sicurezza». «Io trascorsi la mia infanzia […] collaborando con i miei genitori, non in buona salute, nella gestione di un negozio di generi alimentari e, per come potevo, a quell’età, accompagnando e aiutando mia nonna nella terra di nostra proprietà in campagna. La domenica, con un sacco pieno di ghiaccio, mi ‘distaccavo’ nei campetti di calcio, in periferia, a vendere ‘gazzose’».

«Con l’arrivo degli Azionisti il Pri continuò a prendere i voti del popolo, ma con lo sguardo rivolto verso l’élite. Non è che le due cose fossero inconciliabili, ma la società si stava trasformando rapidamente[…]. Giorgio La Malfa ha rappresentato l’altra faccia della medaglia, quella delle élite. A mio convinto avviso, non ha saputo conciliare i due aspetti, élite e popolo, provocando un continuo logoramento che ha distrutto il Pri attraverso continui cambiamenti, risultato di “suggerimenti” più di convinzioni».

Francesco Nucara figlio del popolo, dunque. Quando andò a tirare la giacchetta a Visentini per un trasferimento, questi, aristocraticamente seccato, gli fece: «Sempre a pensare a quello voi meridionali». E la risposta fu: «Nella mia Calabria il campanello di casa suona alle 5.30 del mattino. In genere sono contadini che raccomandano il figlio. Vorrei essere svegliato, come lei, da una telefonata di Gianni Agnelli o di Carlo De Benedetti».

Francesco Nucara, orgoglioso, testardo, calabrese. Quando Berlusconi per prenderlo in giro gli chiese: «Ma tu, quanti voi hai?», lui fu pronto a rispondergli: «Se avessi i voti non starei qui, ma sarei al mio partito a preparare la lista; io ho una cosa che lei non ha e non può comprare: la storia». E niente, il senso del libro sta tutto qui.