Il 1993 è stato l’anno più sciagurato della vita repubblicana. Non solo perché un Parlamento appena costituitosi stava per venir abbattuto da un popolo intento a spedire fax, ma perché il cupio dissolvi consentì un errore dietro l’altro.
La classe politica non comprese che consegnando Craxi alla magistratura, si legava mani e piedi allo stesso destino del leader socialista e che le procure non perseguivano un singolo individuo, ma un sistema che si decomponeva. Modificando l’articolo 68 della Costituzione quello stesso Parlamento avrebbe istituzionalizzato il conflitto permanente nello Stato nel prossimo millennio. In uno scenario di questo tipo, cosa volete che qualcuno si preoccupasse dei rilievi costituzionali mossi dal presidente della Repubblica, Cossiga buonanima, ad un codice della protezione civile che mai avrebbe usato. Nessuno nemmeno immaginava che sarebbe esistito un tale avvocato Conte capace di riesumare un simile marchingegno e quasi trent’anni dopo.
Sarebbe stato davvero interessante a questo riguardo discutere il profilo costituzionale di detto codice sulla base del quale si è istituita la figura di un commissario straordinario come Arcuri. I poteri che il governo Conte ha dato ad Arcuri, sono quelli che il senato di Roma negò a Caio Mario, quando Roma rischiava di essere travolta dai Germani. Centomila morti in una sola battaglia, la Repubblica senza più difese. Eppure a guardare Arcuri, tutto sembra tranne Caio Mario. Tanto che su questo giornale un anno fa abbiamo scritto che il buon Arcuri, non si sarebbe issato su un cocchio, ma sarebbe finito sotto inchiesta. Sia chiaro che non facciamo il malocchio, e certo non siamo giustizialisti. Piuttosto abbiamo ancora una qualche idea dei limiti a cui va sottoposto il potere in una Repubblica. Bisogna rispondere al Parlamento, al governo, o almeno alla Corte dei Conti. Non è che si può essere posti al di sopra di tutto. Quando Caio Mario pensò di poterlo fare, venne incenerito.
Che la situazione precipitasse era ovvio da quando il ministro della Pubblica Istruzione, beata creatura, spiegò alla stampa di come si sarebbero dovuti disporre gli studenti in classe secondo le previste procedure sulla distanza. Un collega osservò che con tali disposizioni, gli allievi sarebbero finiti fuori dalle aule. Il ministro non perse il suo aplomb e sotto la maschera di fard e rossetto, disse che se era necessario si sarebbe approntata una nuova edilizia scolastica. E quanto costa, chiese pungente il collega. “Ai soldi ci pensa Arcuri”, risposta testuale del ministro.
Il nostro stupore è che non siano scattate le manette allora, fortuna che i tempi sono cambiati. Speriamo davvero che Arcuri abbia chiarito la sua posizione come ha dichiarato dopo l’incontro con i magistrati e riceva al più presto un attestato di buona condotta. Purtroppo temiamo che invece le cose andranno per le lunghe. Con le mascherine, ci sono le siringhe. Con le siringhe i ventilatori. Con i ventilatori i posti in terapia intensiva. Con i posti in terapia intensiva i padiglioni petaluti, e poi i monopattini, i monobanchi e siamo ancora solo all’inizio dell’elenco.
Altro che Caio Mario. Arcuri, poveretto, sembra il capro espiatorio di qualcun altro che dietro le quinte si sia detto, mandiamo avanti lui, che a me verrebbe da ridere.