Cinque anni fa Roma e Torino con le vittorie di Raggi e Appendino avevano rappresentato il desiderio di un cambiamento radicale della vita politica italiana. Il successo elettorale del movimento cinque stelle nelle elezioni generali del 2018 aveva accompagnato quei risultati amministrativi, il segno di un malcontento popolare profondo verso una stagione politica rivelatasi una sterile contrapposizione fra destra e sinistra, più o meno ammorbidite. La delusione verso le giunte pentastellate e il ritorno dei vecchi sindaci del Pd che gli elettori avevano bocciato cinque anni fa, seppellisce quella speranza. È molto difficile che il movimento cinque stelle rialzi la bandiera della contrapposizione frontale al sistema. Quella carta la si è giocata tutta in una puntata e sembra essersi esaurita con la seconda esperienza del governo Conte.

Il movimento cinque stelle oggi è quello che vede la Raggi promettere opposizione alla nuova giunta, quando Conte aveva invitato a votare Gualtieri al ballottaggio. Se qualcuno pensa che il partito repubblicano possa avere un atteggiamento simile si sbaglia. Il partito repubblicano avrà una linea univoca. Su Roma vogliamo dire una parola chiara. L’unica possibilità di rilanciare una città portata allo stremo era stata rappresentata da Calenda e sarebbe stata comunque opera improba. Se poi Gualtieri, un prodotto del Pd dei tempi di Veltroni, sia in grado di migliorare qualcosa, lo sa solo la Pizia. Le incrostazioni sedimentate della vecchia amministrazione romana si ritrovano nuovamente sotto il loro partito. Piuttosto sarebbe stato meglio dare una seconda occasione alla Raggi. Del resto, il successo elettorale della lista di Calenda è stato formidabile ed emblematico del malcontento della cittadinanza rimasta per gran parte a guardare lo scontro del ballottaggio, che era scontato. Michetti non aveva nemmeno una possibilità che fosse una di diventare sindaco di Roma e questo perché un centrodestra a trazione Meloni non rappresenta un’ipotesi vincente nel paese.

Il partito dell’onorevole Meloni potrà anche diventare il primo partito sul piano nazionale ma a danno dei risultati della sua coalizione, che del resto non esiste già più, come è chiaro dalla divisione sul governo Draghi. La Lega e Berlusconi dovranno riflettere a fondo sul loro stato di alleati di minoranza di una coalizione destinata alla sconfitta. Il Pd infatti ha trionfato e non c’è dubbio, ma in un vuoto di consenso. Se Letta riuscirà ad intestarsi i successi di Draghi, o anche solo a sostenerli come ha fatto con scrupolo negli ultimi mesi, ne gioverà il suo partito e tutto sommato anche il paese. Ma appena lasciata questa rotta sicura, ecco che il Pd si ritrova fra gli scogli che ne hanno accompagnato la navigazione dalla sua fondazione. Tutti possiamo correre a rafforzare la barca dei vincitori, soprattutto se gratuitamente, tanto che questi nemmeno se ne accorgono. Il problema che rimane aperto è che ad un dato momento bisognerà pure considerare è questa massa impressionante del non voto. È già successo in precedenti occasioni che per quanto silente e distratta come appare, basta una scintilla e si scatena l’incendio.