Il partito d’Azione fu oggetto di studi storici piuttosto approfonditi e complessi a partire dal 1982 grazie principalmente al professor Giovanni De Luna. Genericamente gli studi iniziano dagli atti della fondazione ufficiale del partito posta nel 1942. Per la verità nuclei azionisti si riscontrano attivi in precedenza a quella data anche se assumono un tratto evidente con la nascita della Repubblica sociale. La particolarità dell’elitarismo azionista, che esiste eccome ovviamente, dipende principalmente dal fatto che si tratta di un partito militare, ovvero l’azionismo si rivolge a coloro che erano disposti a prendere le armi contro nazisti e fascisti e a combatterli sul territorio del nord Italia occupato. La grande maggioranza del popolo italiano, fino al 1943, ovvero fino ai rovesci della guerra, era essenzialmente subordinata al regime e lo era ad iniziare almeno dal ’22 con una piena identificazione intorno agli anni ’30, cioè dopo l’annessione di parte dell’impero Somalo. La spaccatura azionista si compie già nel 1938 sulla base delle leggi razziali. I principali nuclei azionisti che si formeranno a ridosso di quella data sono ebrei, ad esempio a Torino, la famiglia Diena, entrata quasi completamente in clandestinità, è il primo nucleo del partito d’Azione nel torinese, come ricorderà Vittorio Foa nel suo “il Cavallo e la Torre”. I ranghi dell’azionismo resteranno per la verità sempre piuttosto esigui, anche per i rischi che si corrono materialmente. Per averne una qualche idea vi sono i diari di Ada Gobetti. Leo Valiani ed Ugo La Malfa ancora molto giovani e già schedati dalla polizia recuperavano i lanci di armi degli americani nel ’44. Ovviamente gli storici seguono il percorso politico e sociale dell’azionismo, dando tutto sommato uno scarso rilievo agli effetti militari che pure hanno un peso molto rilevante, perché il tratto principale del gruppo dirigente del partito d’Azione è di venir decimato durante la guerra in combattimento. Tra il 1942 ed il 1947 avviene una mutazione inevitabile all’interno del partito d’Azione costretto ad aprirsi a coloro che nel fascismo avevano avuto ruoli minori o periferici per ricolmare i ranghi. Norberto Bobbio, ad esempio, non era un azionista della prima ora, era un professore universitario che aveva avuto la cattedra grazie ad un intervento di Mussolini. L’amalgama fra vecchi azionisti e nuovi, fu impossibile. Questo quando molti altri partiti costituzionali ebbero meno scrupoli recuperando fascisti che per quanto fossero compromessi, si mostrarono disposti a mettere da parte il loro passato. Il partito comunista italiano, in particolare, visse una vicenda assestante, in quanto tra il ’39 ed il ’42, l’alleanza fra Hitler e Stalin aveva condizionato i vertici dell’internazionale comunista, con ricadute politiche anche in Italia. Per quello che riguarda l’azionismo, nel momento in cui si esaurì la lotta armata al fascismo, le differenze politiche fra gli aderenti emersero sempre più nitidamente fino ad una spaccatura irrimediabile. La componente azionista che decise l’ingresso nel partito repubblicano si trovò di fronte un partito dissanguato, perché gran parte delle strutture del partito aderirono al fascismo sin da ’19, con tanto di segretario nazionale e di consociazioni molto potenti, come quella genovese, e solo intorno agli anni ’40 si rivide una decisa insofferenza del repubblicanesimo storico rimasto in Italia, nei confronti dell’oligarchia fascista, quando i dirigenti repubblicani antifascisti erano andati a combattere e morire in Spagna. La prima cosa che Mussolini fece a Salò, sposata la forma repubblicana, fu di rivolgersi proprio a quei repubblicani che lo avevano sempre avversato e fece contattare Cino Macrelli che gli rispose che il Pri avrebbe sostenuto qualsiasi repubblica tranne quella fascista. L’amalgama fra parte dell’ azionismo e repubblicani fu oggettivamente inevitabile, necessario e controverso. Si trattava di due minoranze ossute, due élite, come quelle che fecero il Risorgimento, con caratteristiche fra loro molto diverse. Ugo La Malfa sicuramente non era interessato a perseverare l’identità mazziniana oltre una certa misura di testimonianza. Egli sostenne una formula politica, l’alleanza con i socialisti, per Mazzini inconcepibile. La sua rottura drammatica con Pacciardi nasce comunque su una questione strettamente politica. Avendo La Malfa un accordo di ferro con Aldo Moro, tale da persistere fra Dc e Pri anche dopo la morte di entrambi, non poteva permettersi all’interno del partito di un oppositore a quell’accordo, del calibro di Pacciardi. Senza un accordo strategico com Moro, La Malfa avrebbe potuto benissimo coesistere con Pacciardi come coesistette con Reale. Il pettegolezzo sui soldi del Sifar è semplicemente un pettegolezzo. In politica c’è chi si corromperà senza evocare il Sifar.
L’elitarismo azionista lamalfiano non divenne mai però una caratteristica della politica del partito. Il problema principale di Ugo La Malfa era come dare al partito repubblicano una base elettorale più ampia, rifiutando non le soluzioni popolari, ma quelle che oggi chiameremmo populiste. Lo spiega bene lo stesso Ugo nell’intervista ad Oriana Fallaci, quando dice che se avesse voluto cavalcare “il vaffa”, sarebbe arrivato al trenta per cento, ma gli ripugnava una strada del genere. Giorgio La Malfa, ad esempio, sul sostegno al compromesso storico del padre, era convinto che la strategia fosse di fare alleare Dc e Pci per poter diventare il principale partito di opposizione. Per il resto il modello partitico di riferimento di Ugo La Malfa fu il partito democratico statunitense come lo era in fondo quello del suo principale maestro politico, Giovanni Amendola. La segreteria di Giorgio La Malfa, fu effettivamente molto discussa e forse avversata anche nelle alte sfere del partito che l’avevano promossa. Visentini era comunque azionista come Ugo ed ebbe rapporti problematici con entrambi i La Malfa. Il dato principale della segreteria di Giorgio La Malfa è che comunemente si riteneva il partito repubblicano giunto alla fine del suo ciclo storico e che il partito non si sarebbe ripreso. Nonostante i cattivi auspici Giorgio iniziò un percorso molto diverso da quello paterno puntando fin dall’inizio sullo scontro con i socialisti, cosa che anche creò non pochi problemi ad un partito dove gli ultimi ministri repubblicani erano stati nominati da Craxi. Poi arrivò dritto alla rottura con la democrazia cristiana. Quella politica non portò il partito ai risultati che si sperava ma gli consentì comunque di superare per la seconda volta nella sua storia la soglia del 4 per cento dei consensi. In quest’opera, a contrario del padre, Giorgio diede molta importanza al recupero di Mazzini e in occasione del bicentenario della rivoluzione francese, 9 febbraio 1989 discorso a Forlì, anche all’ascendente del pensiero giacobino sul partito repubblicano italiano. Il giudizio su tutto questo e gli ulteriori sviluppi è perfettamente libero, come necessariamente soggetto alle diverse sensibilità personali. Quello che si richiede è solo un giudizio serio.