Il 18 ottobre sul South China Morning Post il Ministro degli Esteri cinese, tramite il suo portavoce Zhao Lijan, si affannava a negare quanto riportato due giorni prima dal Financial Times: Pechino, nel mese di agosto, avrebbe testato un nuovo veicolo ipersonico armato con testata nucleare, in grado di navigare intorno alla terra, a quota sub-orbitale. (https://www.scmp.com/news/china/military/article/3152791/china-did-not-test-hypersonic-nuclear-missile-foreign-ministry). Il portavoce della diplomazia cinese ha invece sostenuto trattarsi di un test di routine, volto a verificare il possibile ri-uso di veicoli spaziali.
Secondo quanto riportato dal Ft ( https://www.ft.com/content/ba0a3cde-719b-4040-93cb-a486e1f843fb) sarebbe stato utilizzato un razzo vettore “Lunga marcia” per trasportare un Hgv (Hypersonic glide vehicle), vale a dire un veicolo ipersonico a planata, con traiettoria di volo non balistica e velocità da mach 5 in su.
Tutto ciò implica che i tradizionali sistemi di intercettazione ICBM, pensati per i missili balistici ed installati dagli Usa nell’emisfero nord, possano risultare inservibili per contrastare un veicolo ipersonico montato su un razzo vettore lanciato su rotta orbitale attraverso il Polo sud: il che è esattamente ciò che potrebbe fare Pechino combinando la vecchia tecnologia Fobs (un sistema di bombardamento atomico orbitale costruito in Unione Sovietica negli anni sessanta) con quella nuova di tipo ipersonico.
Alcuni analisti Usa hanno minimizzato la vicenda, argomentando come il veicolo abbia mancato il bersaglio programmato di diverse decine di chilometri; ma in realtà gli Stati uniti sono seriamente preoccupati perché le implicazioni per la loro sicurezza, e di converso per la nostra, sono molteplici.
Anzitutto vi sono ripercussioni sull’attuale equilibrio di potenza: il vecchio balance of powers fondato sull’arsenale balistico nucleare è ormai inattuale; la tecnologia ipersonica introduce infatti una variabile asimmetrica che potrebbe modificare l’equazione strategica vigente tra Usa e Cina.
Lo stesso potrebbe accadere tra Stati uniti e Russia.
In seguito all’abbandono unilaterale da parte degli Usa del trattato Abm , stipulato con Mosca ai tempi della guerra fredda nel 1972 per limitare la proliferazione delle armi nucleari, seguito nel 2019 dall’abbandono consensuale del trattato Inf, firmato nel 1987 per mettere al bando un’intera classe di forza nucleari, quelle con gittata compresa tra 500 e 5000 Km, la Russia, nel tentativo di ristabilire un equilibrio strategico, aveva impresso un’accelerazione nello sviluppo del proprio arsenale ipersonico, culminato con l’installazione di una prima batteria di missili “Avangard” nel distretto di Orenburg, nella zona dei monti Urali.
Lo scenario globale delle tecnologie ipersoniche vede, oltre a questi tre attori primari, un gruppo di paesi inseguitori costituito da Australia, Francia, Giappone, India, ed il consorzio multinazionale europeo MBDA, che include anche l’Italia.
L’altro aspetto rilevante, seppure poco analizzato, riguarda il valore del test cinese dal punto di vista della narrazione di potenza: oggi Pechino utilizza, in modo sempre più diffuso, rappresentazioni geopolitiche assertive come armi di influenza mediatica e come strumenti per le sue guerre di influenza.
In Eurasia però, secondo alcuni analisti, lo storytelling sino-russo si fonda su una base tecnologica reale di tipo “disruptive”, in grado cioè di innescare un cambio di paradigma piuttosto traumatico e rapido.
Per altri invece si tratta invece le tecnologie in possesso di Pechino e Mosca sarebbero ancora imperfette e non costituenti, per il momento, una seria minaccia: una sorta di “ghost in the machine”, costruita ad arte per intimorire l’Occidente.
La domanda appare allora lecita: uno spettro si aggira per l’Eurasia?