Vale sempre la pena di seguire uno dei pochi programmi Rai di un qualche interesse come “Passato e presente”, condotto da Paolo Mieli. Anche se non è sempre chiarissima la scelta degli argomenti, nella puntata del 26 ottobre si affrontava la decisione di Mussolini di entrare in guerra. Mieli ha offerto un siparietto alzandosi in piedi ed andando ad esaminare la foto della folla di Piazza Venezia per cercare di capire quale fosse lo stato d’animo degli italiani. Le prime file sembrano entusiaste, ma chissà cosa succedeva là in fondo.
Per la verità non è che dalla foto si possa capire granché nemmeno dello stato d’animo delle prime file. Dobbiamo rimetterci alle cronache dell’epoca, il Corriere della sera ad esempio, che testimoniano l’ardore di un popolo scopertosi guerriero. Ma è plausibile che la piazza di Mussolini sostenesse Mussolini dalla prima all’ultima fila. Altra cosa, lo stato d’animo della nazione. I giovani storici che assistono Mieli nella trasmissione sono bravissimi, per carità. Manca solo loro la sufficiente esperienza maturata in una lettura di documenti davvero vasta, che a volte non si colma in una intera esistenza. Per sapere cosa davvero pensassero gli italiani dell’alleanza con la Germania non c’è bisogno di frugare i volti in una foto sbiadita, bisogna incominciare a prendere i diari di Ciano al momento dell’invasione della Polonia. Il primo italiano contrario alla guerra è Mussolini. Lo scenario descritto da Ciano nell’agosto del ’39, undici mesi prima alla dichiarazione di Mussolini, ha qualcosa di surreale. Quando l’ambasciatore a Berlino, Attolico, avvisa di un colpo di mano tedesco, viene preso letteralmente per matto. Palazzo Venezia dorme i sonni più tranquilli, rassicurato dai buoni propositi dell’alleato germanico. Tempo dieci giorni e ci si convince delle ragioni di Attolico, Ciano, autore materiale del Patto d’Acciaio, diventa antitedesco e Mussolini gli dice che ha tutte le ragioni. Poi che bisogna anche essere comunque leali all’alleanza militare, infine che vuole la sua parte di bottino. Mussolini confida che Francia ed Inghilterra non reagiranno ed Hitler lo invita a affondare il coltello nel ventre della Jugoslavia. Il sentimento del popolo italiano è chiaro, Starace chiede alla polizia di impedire manifestazioni antitedesche. L’ambasciatore di Budapest fa sapere che persino la moglie di Horty dichiara come la popolazione ungherese al 95 per cento prenderebbe volentieri le armi contro i nazisti. Per cui se gli ungheresi sono al 95 per cento antitedeschi, gli italiani lo saranno stati al 200 per cento. Lo stesso Mussolini era antitedesco e pubblicamente, ancora nel 1933, quando guardava Hitler con disprezzo. Quindi non c’è un dubbio sull’avversione degli italiani ai tedeschi ed il desiderio di fare la guerra contro di loro, cosa che suggerisce Ciano appena invasa la Polonia. Semmai ci sarebbe da chiedersi cosa sia accaduto perché cambiasse il giudizio di Mussolini.
Lo stesso Mussolini aveva usato il successo di Hitler per aumentare il suo prestigio verso le potenze occidentali, come fece a Monaco. Vedete, dice loro, tengo al guinzaglio un cane arrabbiato. Mussolini non voleva seguire Hitler. Voleva invece imporre le sue condizioni alle potenze occidentali e crede di poterlo fare, fino a quando si accorge, l’invasione della Cecoslovacchia dopo l’Anschluss, infine e a ciel sereno il fulmine sulla Polonia, che Hitler è fuori controllo.
Qui si apre una crisi politica del regime, molto più grave di quella innescata dall’omicidio di Matteotti. Allora erano fuori controllo gli assetti interni del partito fascista, quando ora lo sono le sue alleanze internazionali. Mussolini era ancora in grado di sedare i dissensi interni, mentre non lo sarà di quelli all’estero, non certo con Hitler, che lo scavalca di un solo balzo. Se Mussolini avesse ascoltato Ciano, ma anche Grandi, Balbo, tutti antinazisti, si sarebbe distaccato dalla Germania che lo aveva sbeffeggiato. Mussolini invece ingoia il rospo, convinto di trovarsi comunque dalla parte del più forte e che dovrà fare poco per raccogliere i frutti del successo. Il duce non vede al di là dell’Oceano, neanche si immagina di un allargamento del conflitto, anzi rimane ammirato dell’altro colpo ad effetto, ovvero l’alleanza con Stalin, anche quella sorprendente. Da quel momento Mussolini non è più antidesco, anzi diventa, quello che De Felice, definisce, “l’alleato”. Ciano verrà spedito in Vaticano.
La domanda da farsi è quindi se anche gli italiani, escluso Farinacci, tutti antitedeschi come Mussolini, smisero di esserlo nella speranza di un bottino, per tornarvi solo nel caso in cui quel bottino non si fosse materializzato.