L’essere dell’uomo è la sua azione. Se dovessi percorrere una delle tante seduzioni di un interessante studio di Antonio De Simone probabilmente partirei da qui. Perché lo studio si intitola Sul far del crepuscolo. Il destino della filosofia dalla tragedia alla dialettico. E l’agire nella storia è qualcosa di solenne. Siamo nel mondo per agire, per sviluppare il nostro esserci, perché eternamente siamo quello che stiamo facendo, che abbiamo fatto e che faremo. Se non succede questo non siamo un compiuto oggetto nel mondo, il naturale destino di ogni singolo ente infatti è compiersi, per strutturarsi come un insieme di istanti giustapposti (secondo il celebre capoverso del Sapere Assoluto che rende Hegel tanto simile a Emanuele Severino). L’uomo si realizza nell’agire, ma non solo. L’umanità agisce sulla natura e la trasforma, mediante il lavoro. In quel caso l’uomo è anche l’opera che ha realizzato. Certo, è un’attività che lo può fare diventare un altro-da-sé producendo alienazione.

Se il palcoscenico è la storia, ecco che la brillantezza e l’effervescenza di De Simone ha trovato la sua cornice. Perché la Tragedia è la “rappresentazione drammatica e oggettiva” del Geist, dello Spirito. In scena, soprattutto sul piano etico, io ho le contrapposizioni del mondo. È la natura del mondo quello di non darsi piano, ma di darsi secondo divisioni e lacerazioni. La Grecia ci ha insegnato a mettere in scena i nostri dolori, lo abbiamo fatto almeno fino Shakespeare, e questa è la nostra imperfezione radicale: non arrivare a un compimento. Posti dentro l’intensità e l’enigma della vita, tra autonomia ed eteronomia, tra libertà e necessità, nel modo di vivere le cose e il mondo, gli altri e noi, non possiamo non farci cadere “le bende dagli occhi” come personaggi di un “cattivo teatro”. Attraverso l’energia vitale che essa sprigiona, nella tragedia “i personaggi sono esposti all’influenza di vicende legate a un racconto un enigma, una profezia, un ordine”. Essi sono contemporaneamente “agiti e attori”. Fato, destino, realtà. Libertà, necessità. Di fatto, è possibile constatare come nello spazio drammaturgico, “in scena noi siamo agiti, e come questo essere agiti finisca tuttavia per trasformarsi in un agire, un agire che si realizza a nostro nome”.

Ma allora il nostro destino è soccombere al tragico? No. Le parole chiave dell’esegesi di De Simone sono tre. E dalla terza capisci tutto. Tragedia, e va bene. Destino (la sorte propria dell’uomo secondo Georg Simmel), ed è una domanda. Dialettica, ed è la risposta. Spieghiamo meglio. Il Sapere Assoluto, o l’ontologia fondamentale è sempre presupposto. Quindi il filosofo cosa fa quando indaga e si interroga sul sacro? Cerca “un varco verso il fondamento, verso il senso dell’essere”. La tragedia è qualcosa di essenziale per la comprensione del mondo, come struttura dell’esperienza, ma è essa stessa, dialetticamente, epifania della verità, in cui è in gioco l’essere stesso”.

Chiudono il volume le considerazioni sull’arte teatrale di Georg Simmel. La prima impressione che suscita, scrive, “sconvolge del tutto il rapporto artistico che vige in generale tra materiale e forma, ossia l’idea che la realtà data e comprensibile fornisce il materiale che l’artista traduce in forma artistica e ricompone in opera d’arte, al di là di qualsiasi realtà”. «Mentre tuttoe le altre arti trasportano la realtà della vita in una formazione oggettiva che è oltre la vita stessa, l’attore fa il contrario. Infatti, il materiale per la performance è costituito da un’opera d’arte bell’e pronta, e dunque tale performance consiste soltanto nel realizzare la mera idealità e spiritualità del testo scritto, riducendola in un’espressione del reale”». «Il “recitare un ruolo”, non nel senso dell’ipocrisia e dell’inganno, ma come il confluire della vita personale in una forma espressiva preesistente e prefigurata, fa parte delle funzioni che costituiscono la nostra vita concreta. Tale ruolo può attagliarsi alla nostra individualità, ma è comunque diverso da questa individualità e dal suo sviluppo interiore complessivo […]. Noi non soltanto facciamo cose con cui siamo spinti dalle sollecitazioni esterne della cultura o dai colpi avversi del destino, ma inevitabilmente rappresentiamo anche qualcosa che non siamo effettivamente». In questo senso “tutti gli esseri umani sono attori”.