“Se il governo varasse un decreto per fucilare chi si chiama Ainis, il Parlamento lo convertisse, la Consulta lo validasse e nessuno proponesse un referendum abrogativo, alla fine Ainis verrebbe fucilato anche se la Carta vieta la pena di morte”. In questo modo si esprime il professor Michele Ainis in una brillante intervista all’Huffington post su “l’elasticità”, chiamiamola così, della nostra Costituzione. Il professore sottolinea come ci si sia sempre preoccupati di interpretare il testo della Carta per adeguarsi ai tempi, in modo che la Costituzione fosse toccata nella sua lettera il meno possibile. Egli d’altra parte pare consapevole come in vent’anni di sistema elettorale maggioritario, inevitabilmente il parlamento reciti un ruolo più marginale rispetto al dettato costituzionale originale. Adesso poi vi è anche una fresca sentenza della Consulta a riguardo, che evoca una bella legge del 1933, per cui, appunto, se il “governo decreta ed il parlamento convalida”, anche la fucilazione di Anis sarebbe costituzionale. Semmai non si comprende come Ainis possa mai pensare che invece, un presidente della Repubblica con poteri diretti di indirizzo del governo, possa rivelarsi improponibile. Egli sembrerebbe temere che la controfirma del presidente del Consiglio sugli atti della legge, potrebbe comportare un qualche impedimento. Ma se è stato costituzionale per un anno il coprifuoco, chiudere in casa la gente, chiudere, cinema, teatri e ristoranti, impedire lo sport di squadra, tenere i bimbi in cortile e mandare in televisione il presidente del consiglio tutti i fini settimana a reti unificate mentre il parlamento si riuniva quattro volte al mese per discutere di transomofobia, perché mai dovrebbe essere incostituzionale il semipresidenzialismo o anche il presidenzialismo? Forse perché siamo un Repubblica parlamentare? Ma andiamo, non siamo più una Repubblica parlamento dal 1994, quando il parlamento si fece dettare la legge da un anonimo popolo dei fax, ovvero dalle procure che dovrebbero essere sottoposte alla legge, non esercitarla.
Una discussione affascinante è sempre quella che concerne chi ha il dovere di essere garante della costituzione. Il capo dello Stato secondo alcuni, che in realtà è solo il garante dell’unità nazionale, ed infatti eccolo coinvolto nella bagarre politica se mai divenisse un presidente con poteri di indirizzo del governo. Altri sostengono invece che sia la Corte costituzionale a dover garantire, quando anch’essa interviene solo per le controversie sulla costituzionalità della legge.
I garanti della costituzione sono i partiti che l’hanno sottoscritta, se hanno ancora voce in capitolo, ed i cittadini che la ricordano in coscienza. Se tutti tacciamo e approviamo, bene della Costituzione si fa carta straccia e se ne farà anche sul parlamentarismo, come si sta facendo e si è fatto introducendo il sistema elettorale maggioritario.
Se poi si fosse convinti che il parlamento non è più affidabile nelle sue scelte, che i partiti sono esausti e che i governi che si succederebbero si mostrerebbero velleitari come quello che ha preceduto l’attuale, si faccia piuttosto una riforma costituzionale compiuta per evitare l’ulteriore ludibrio della Repubblica.
Altrimenti ci si impegni per conservare l’attuale equilibrio politico e l’attuale presidente del consiglio che abbiamo visto anche al recente g20 capace di incontrare l’apprezzamento di tutta la comunità internazionale. Un po’ di respiro alla credibilità dell’Italia, gioverebbe anche alla vita della Repubblica.