Chiude la triste mostra romana per il bicentenario della morte di Bonaparte allestita ai mercati traiani. Per carità gli autori avranno avuto le migliori intenzioni, il confronto con il mondo romano, i progetti urbanistici, le relazioni con l’Italia, e quel che preferite. E’ mancata l’idea di un’ambientazione adeguata e pure qualcosa d’altro. Bonaparte non era un nuovo Cesare e nemmeno ci si atteggiava. Che poi si sia voluto porlo in rapporto a Cesare per spiegarne il fenomeno, è un altro paio di maniche. Alla mostra di Roma busti e sculture di Cesare, posti accanto a quelli di Bonaparte portano fuori strada. Bonaparte aveva origini modeste, nella piccola borghesia terriera corsa. Cesare veniva dalla famiglia Iulia, discendente diretta della dea Venere, il vanto dell’aristocrazia senatoria romana. Quali che fossero i difetti di Cesare in lui non c’era l’affettazione mostrata dal neo imperatore francese, che richiamò in servizio attivo i cicisbei dei Borboni per dare lezioni alla sua corte delle usanze tenute a Versailles. Bonaparte era un comune parvenu, come diceva Wellington, “il suo cappello da solo vale in battaglia cento uomini, ma Napo non è un gentiluomo”. L’aspetto sociale allontana Cesare da Napoleone e non saranno dei busti dell’uno di fronte all’altro a renderli più vicini.
Solo la statua del giovane Napoleone a Brienne vive una meravigliosa solitudine, e non c’è un Cesare giovane che le si possa confrontare. Napoleone ragazzo appare marziale, autorevole, riflessivo porta persino già la mano nel panciotto. Peccato che non testimonia affatto dell’ autentica esperienza condotta alla scuola militare da Bonaparte, dove era principalmente vessato dai compagni perché piccolo di statura e parlava il corso. A Brienne il giovane Napoleone più un che un futuro generale, doveva assomigliare ad un Calimero. D’altra parte l’unico colore della mostra è il grigio della pellicola restaurata di Abel Gance, Napoleon, che viene proiettata a spezzoni. Almeno si fosse potuto vedere il film intero, un capolavoro, ma anche una spudorata mistificazione cinematografica. Non solo Gance pretende che il giovane Bonaparte fosse già un condottiero in nuce nelle battaglie a palle di neve, ma persino che venne incarcerato dal regime robespierrista e liberato subito dopo. Sulle palle di neve ci sono molti dubbi, mentre il robespierrista generale Bonaparte venne incarcerato dopo la morte di Robespierre e liberato da Barras, suo estimatore a Tolone, appena possibile. Vediamola questa gloria militare in mostra, il Napoleone primo console di David, una riproduzione che comunque fa sempre effetto e finalmente l’aquila del settimo ussari di Lasalle, una rarità tale che da sola merita il prezzo del biglietto. Posta in una teca davanti alle imponenti aste delle legioni romane, povera a aquila sembra un pollo in gabbia. Un quadro di Lasalle, che raccomandava ai suoi di morire prima di compiere trent’anni per non essere cacciati dalla brigata, una stampa, una giubba con gli alamari dorati, un colbacco di pelo d’orso? Scordatevelo, non c’è nemmeno una bandiera.
Fa un certo effetto vedere una mostra di Bonaparte priva di un qualche stendardo, lui che ne aveva presi più di decine di migliaia agli eserciti nemici sui campi di battaglia e firmava e baciava bandiere di tutti i suoi reparti e tutti i suoi reparti avevano la bandiera con la dedica per cui murire. A Eilau il primo corazzieri che si infranse contro le linee russe agitava la bandiera rossa dedicata al primo console. L’aristocratico Cesare non aveva tutta questa dimestichezza con i suoi soldati che sentivano Bonaparte uno di loro. “Il pelatino”, “il piccolo caporale”, non perché fosse mai stato caporale, viene dalla scuola ufficiali ed è sottotenente di artiglieria, ma perché a Marengo come un caporale il piccolo Napoleone afferra la bandiera caduta per guidare la carica, un esempio di comandante che alla Francia mancava da qualche secolo.
La mostra romana espone una stampa dove lo si poteva vedere in groppa ad un dromedario e va bene, Cesare non ci sarebbe mai salito, e poi più in alto in cima alla colonna di piazza Vendome. Questo è un vero riferimento alla Roma imperiale, a Traiano che tutto sommato si avvicina più al tipo Bonaparte di un Cesare. Ci sono diverse litografie della colonna su cui venne posto e più volte tolto, Napoleone. Quando la vide lo Zar Alessandro giunto a Parigi dopo Waterloo, si conosce la sua battuta: “Da quell’altezza a me verrebbero le vertigini”. Un rischio che Bonaparte sicuramente non temeva.
Ecco allora l’ultimo capitolo della mostra il ritratto imperiale dipinto da Gerard, anche questo in copia già dal 7 giugno e la domanda che lo accompagna, fu vera gloria? Questo forse era un problema manzoniano. Napoleone non aveva dubbi a riguardo. Si riteneva al di sopra di Cesare e poco sotto Alessandro Magno. A Sant’Elena, consapevole di aver concluso la sua avventura, aveva la sola preoccupazione che fossero dimenticati i benefici alla scienza, al diritto, all’arte per cui pure da buon vecchio giacobino illuminista si era sempre prodigato a cominciare proprio dalla campagna in Egitto, dove si tirò dietro più archeologi che ufficiali.
Bonaparte in Egitto abbracciò la religione mussulmana, in Spagna gettò il guanto di sfida in faccia all’oscurantismo della chiesa cattolica.
Si comprende bene come i legami con il cattolicesimo romano impediscano di apprezzare l’unico politico dell’età moderna ad aver incarcerato un papa. Non c’è rischio che la mostra ne parli. Poi Bonaparte si potrebbe comparare anche con il futuro, oltre che con il passato.
Napoleone non immaginava nemmeno di restare quindici anni sulla scena come il padrone di mezzo mondo. E questa responsabilità lo logorava a fondo tanto da inibirlo persino militarmente in Russia, e probabilmente prima, quando disse ad un Talleyrand stupefatto che tutto quello a cui ambiva era un posto all’Accademia di Francia per occuparsi di botanica. Né Cesare, né Andreotti avrebbero mai avuto simili ambizioni da Cincinnato, ma anche di Saint Just. Il potere logora solo chi non ce l’ha. Napoleone nemmeno si accorgeva del suo. Un trono è solo del legno con degli orpelli, disse a Fontainebleau ai suoi generali spauriti. Chi ci siede sopra vale o non vale qualcosa.