Riportiamo la traduzione di un intervento di Bepi Pezzulli sull’ultimo numero della rivista francese Le Cahier de Galileo

La crisi internazionale apertasi sul contratto per la fornitura di sottomarini francesi all’Australia va letta nel giusto contesto. Per farlo, bisogna comprendere che l’economia francese è al servizio del ruolo geopolitico della Francia.

Nel sud-est asiatico è esistita un’alleanza analoga alla NATO per l’Europa e alla CENTO per il Medio Oriente: la SEATO era uno dei tre grandi patti per gestire la sicurezza internazionale durante la guerra fredda. La SEATO comprendeva Australia, Francia, Filippine, Nuova Zelanda, Pakistan, Thainlandia, Uk e USA. La SEATO si sciolse nel 1976 dopo la disfatta americana in Vietnam. Ma già ne 1971, il Pakistan ne uscì quando perse il Bangladesh, accusando gli alleati occidentali di non sostenere Islamabad contro l’URSS che parteggiava per l’India. La decisione della Francia di sospendere il sostegno finanziario nel 1975 fu il viatico allo scioglimento. In seguito, gli USA hanno proceduto nel formare ANZUS, un patto trilaterale con Australia e Nuova Zelanda che è andato finché Wellington non ha sollevato riserve verso l’approdo nei propri porti di flotte nucleari. Da allora, la collaborazione è stata bilaterale USA / Australia. Ma l’equilibrio regionale è nuovamente cambiato con il ritiro americano dell’Afghanistan. La novità è la partnership AUSUK, che riporta l’UK nel quadrante e asseconda la vocazione indo-pacifica Global Britain.

L’Australia è un bastione occidentale nell’Indo-Pacifico, ma ha anche una sua politica estera autonoma regionale, disegnata in parte, sulle esigenze dell’economia. Malgrado i contrasti – su Hong Kong, sugli Uiguri, sul Covid-19, le esportazioni di commodities australiane, agricole e minerali, trovano il loro principale sbocco nel mercato cinese, e in misura minore in Giappone e Corea del Sud.

La Francia aveva stipulato il contratto di fornitura di sottomarini a propulsione diesel all’Australia nel 2016. Ma da tempo, c’erano delle difficoltà sulla esecuzione dell’accordo. Tra Canberra e Parigi si era aperto una contenzioso strisciante sull’offset industriale. L’Australia chiedeva che il 70% del valore relativo a manodopera e parti (scafo, acciaio ed elettronica di bordo) fosse affidato ad imprese australiane in un braccio di ferro con Naval Group. Gli USA hanno approfittato del mutato quadro geopolitico per inserirsi nell’accordo, offrendo la propulsione nucleare britannica all’Australia. Con l’accordo sui sommergibili, gli USA ritornano alla cooperazione indo-pacifica multilaterale.

Secondo Sergio Vento, vice rappresentante permanente italiano presso l’OCSE (1979-1984) e poi Ambasciatore in Francia (1995-1999) “per Parigi, in Indo-Pacifico sorge un problema. Tra Nuova Caledonia, Polinesia Francese e Réunion, l’Oceano indiano – spiega – ospita una sterminata zona economica speciale (ZES). Ad essa, si sommano quella dei Caraibi, le Antille francesi, e St. Pierre et-Miquelon al largo del Canada. La Francia possiede la più grande ZES del mondo”. La protezione della ZES è parte dell’interesse strategico francese”. “Da anni – racconta Vento – a Parigi si discute della seconda portaerei. Le portaerei richiedono manutenzione. Avere la sola Charles de Gaulle, significa avere una portaerei part-time. In mancanza di una seconda portaerei, la Francia non possiede la capacità di proteggere la sua grande ZES”.

La Francia che esposta sistemi sofisticati, ha però un disavanzo cronico della bilancia commerciale. E ciò nonostante l’indipendenza energetica garantita dalla fonte nucleare. Anche nell’agroalimentare, Parigi è autosufficiente. Il buco nell’economia è nei vari settori commerciali e nelle PMI.

Di conseguenza, la politica estera francese è dettata in larga misura dall’industria della difesa. Gli interessi economici francesi sono concentrati nel Sahel, nell’Africa francofona e in Medio Oriente. Nelle componenti economiche della proiezione africana, ci sono l’uranio per le centrali nucleari francesi; il legname pregiato del Congo; i diamanti della Repubblica Centrafricana che nutre l’industria della gioielleria di Place Vendôme; l’industria alimentare tropicale in Costa d’Avorio e Senegal; caffè, the e cacao da Guinea e Benin. Parigi aveva messo anche un piede in Libia, nella zona del Generale Khalifa Haftar, la Cirenaica e le oasi verso il Fezzan. E poi c’è l’economia della portualità: i grandi scali marittimi africani in mano al finanziere bretone Vincent Bollorè, una grande potenza dell’economia, ma anche della politica francese. Nel Golfo, il dopo di approdo internazionale era l’Iraq di Saddam Hussein.

Dopo le operazioni Desert Storm e Iraqui Freedom, il Quai d’Orsay si è ancorato al Qatar negli anni di Sarkozy, poi agli Emirati Arabi Uniti negli anni di Hollande. Nell’area, prevalenti sono gli interessi petroliferi della Total e le forniture militari.

Generalmente, la Francia entra negli scacchieri di crisi croniche, per ritagliarsi un ruolo geopolitico a sostegno dell’industria della difesa. Yves Le Drian, il ministro degli esteri francese, ex ministro della difesa, è un grande venditore di aerei Rafale nei mercati internazionali. Il jet francese è fornito a Emirati Arabi, India, Egitto e, recentemente, 24 sono stati ordinari dalla Grecia. La Dassault è un’altra grande potenza industriale ma anche della politica francese.

Emmanuel Macron è parte di questa peculiarità francese. Il Presidente ha avuto una fase carolingia, culminata nel Trattato di Aquisgrana, a gennaio 2019, che perseguiva l’Europa a trazione franco-tedesca. Questa fase, durante l’Amministrazione Trump, era una risposta dell’Eliseo alla Casa Bianca che lamentava il freeriding europeo sulle spese per la difesa comune. Il Presidente ha avuto poi una fase bonapartista, in risposta al movimento dei gilet jaunes. In politica interna, l’Eliseo ha risposto alle tensioni sulla coesione sociale. La Francia  avverte molto il differenziale tra le grandi città e la provincia, e soffre il centralismo parigino che condiziona certi meccanismi di scambio. Ad esempio, la catena di trasformazione e distribuzione alimentare assorbe la maggior parte del valore della supply chain a danno dell’agricoltura. Come tutti i presidenti francesi, Macron è ora passato alla fase gollista. Il Presidente si è rifocalizzato sulla sovranità degli interessi francesi nei confronti di Bruxelles e della Corte di Giustizia dell’UE, nonché contro le incursioni della Corte europea dei diritti umani in materia di immigrazione.

La Francia è destinata a soffrire il nuovo assetto politico tedesco. Il post Merkel non è un cambiamento rivoluzionario, ma segnala una Germania più attenta ai propri interessi, interessata allo spazio economico europeo, ma non Carolingia. Con le elezioni del prossimo aprile, anche in caso di rielezione di Macron, la probabile assenza di una maggioranza parlamentare del movimento La République En Marche e la necessità di una coalizione riprodurrebbe una situazione da IV Repubblica o comunque una cohabitation logorante per il potere presidenziale. In chiave politica, diversamente dall’Italia, in Francia la sovranità nazionale è un richiamo sicuro in tempo di crisi

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Avvocato, manager e giornalista. Allievo del 198° corso alla Scuola Militare Nunziatella, ha conseguito la laurea all'Università di Roma Luiss, il Master of Laws alla New York University e il Juris Doctor alla Columbia University di New York. E’ Avvocato; Solicitor (England & Wales); Attorney at Law (New York); e appartiene all’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Ha esercitato la libera professione in USA (Sullivan & Cromwell) e assunto ruoli manageriali in UK (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo; BlackRock). Ha pubblicato "L’altra Brexit" (Milano Finanza, 2018); è editorialista Brexit per il quotidiano finanziario Milano Finanza; opinionista geopolitico per il canale televisivo finanziario Cnbc. Direttore responsabile della Voce Repubblicana.