Il pericolo maggiore che possiamo correre nel procedere verso la costruzione di un momento federativo o di coordinamento di forze ideologicamente diverse – anche se non così distanti tra di loro – è che inizi un dibattito ideologico all’interno dei partiti o di movimenti che allontani l’obiettivo e non lo avvicini.
Molte volte, e alcuni accenni li ho avvertiti già da tempo sui social o nel leggere qualche rivisitazione storica, sono il frutto di scontri personali, di chi si sente tifoso della concezione destra-sinistra. Di chi ha visto l’innesto della parte azionista nel PRI mazziniano come uno snaturamento del PRI mazziniano, dimenticando che l’unico partito fondato da Mazzini è stato il partito d’Azione. Ma soprattutto c’è il rischio che queste discussioni non abbiano alcun fondamento né sul piano storico né relazione con il momento politico attuale.
Cercherò di spiegarlo partendo da alcune considerazioni sollevate sui social.
Esiste una contrapposizione così netta tra la concezione di Mazzini e del crociano Ugo la Malfa?
Mazzini fondamentalmente credeva nella conoscenza, nel sapere dell’Umanità come molla del progresso. Era quella la sua religiosità. Non era né cattolico né cristiano come scrive nei due libri “Da Dio al Concilio” e “Dal Concilio a Dio”. Considera la religione cattolica ferma ai suoi dogmi originali e quindi conservatrice, mentre la conoscenza, quindi la scienza aggiungono, nella loro epoca, un gradino alla scala del progresso umano. È una teoria di progresso civile, umano. Ma non è una teoria classista, come fondamentalmente è la teoria marxista o la concezione di dividere la società in destra-sinistra. La destra sono i ricchi, gli imprenditori, e la sinistra i poveri, i proletari.
L’idea democratica in Mazzini si evolve con l’associazione e col concetto di proprietà privata che invece comunisti e socialisti aborrivano. Ugo La Malfa nel partito d’azione sosteneva l’unità dei ceti medi come elemento di stabilizzazione e di guida del paese. I giovani della “Rivista 70” nel corso di un dibattito a Firenze, gli fecero notare che lui accusava il PCI di essere classista, la dittatura del proletariato, ma che con la sua teoria sui ceti medi era a sua volta classista. Lui rispose che sbagliava allora, che l’ingresso nel PRI lo aveva portato a conoscere realtà come la Romagna mazziniana dove convivevano realtà associative come i braccianti, ma anche dei mezzadri, dei contadini, di piccoli e medi imprenditori, commercianti ed artigiani, di operai, di studenti, di insegnanti, di liberi professionisti, di imprenditori tenuti insieme da un’idea democratica e repubblicana di patto sociale di dovere verso l’interesse generale del paese. E, aggiunge, è questa funzione di responsabilità verso l’interesse generale la vera molla di sviluppo e di condizioni di maggiore giustizia sociale, di recupero di eguaglianza delle zone meno sviluppate del paese.
Quindi Mazzini e Ugo La Malfa avevano la stessa visione democratica, perché era la concezione dell’uomo educato al dovere o alla funzione di responsabilità verso l’interesse generale o se volete verso la concezione della Repubblica come patto sociale, la vera spinta verso condizioni di benessere complessivo. Tanto è vero che poi, La Malfa rivendica, rispondendo al grande mazziniano Tramarollo, il ruolo del Pd’az nel porre la pregiudiziale della Repubblica quando Togliatti, Badoglio e Croce erano già pronti a lasciare la Monarchia al loro posto, nonostante avesse la responsabilità del fascismo e delle leggi razziali.
Così come la visione del mondo, quella dell’Europa era la stessa. Qualcuno scrive che l’idea di Ugo La Malfa fosse elitaria mentre quella di Mazzini più rivolta alla povera gente; nulla di più falso storicamente. Erano due concezioni democratiche, in cui in un’idea di società governata secondo il metodo dell’interesse generale tutti i ceti sociali crescevano in modo equilibrato. Sia Mazzini che Ugo La Malfa destinavano maggiori risorse ai più deboli e alle zone sottosviluppate. Chi considera elitario Ugo La Malfa perché amico di banchieri, dimentica che ad un certo punto della sua vita affermò che se avesse avuto dieci anni di meno avrebbe fondato il sindacato dei disoccupati, per contestare il ruolo di rappresentanza che le forti categorie corporative dei lavoratori e degli imprenditori esercitavano mentre ai giovani disoccupati e alle donne disoccupate non pensava nessuno.
Lo schema di programmazione e di politica dei redditi è una concezione di sviluppo equilibrato della società, partendo dai più deboli e dalle zone meno sviluppate. Il PRI è per la Repubblica e non è mai stato né di destra né di sinistra ma per una concezione democratica che è avanti agli schemi di contrapposizione frontale. Ugo La Malfa voleva l’evoluzione della sinistra verso una concezione di democrazia occidentale, ma non fece mai un governo col PCI che non voleva lo SME o la Nato. Anzi, quando ebbe l’incarico di formare il governo di emergenza nazionale, dopo l’assassinio dell’on. Moro rimise l’incarico a Pertini, perché il PCI voleva uscire dallo SME. Il PRI era ed è il partito della Repubblica, un partito stabilizzatore, d’equilibrio della democrazia italiana, né di destra né di sinistra ma di quel centro che, come diceva Spadolini, rappresenta il massimo possibile di equilibrio riformatore del paese. Diverso dai due poli entrambi conservatori, la DC perché erede storica del blocco sociale conservatore che aveva ereditato dal fascismo e sostenuto la monarchia, e il PCI perché portatore di una concezione classista, massimalista e corporativa.
Lo scontro di due concezioni in perenne conflitto, diveniva di fatto l’incontro di due corporativismi, clientelismi, assistenzialismi a scapito dell’interesse generale del paese. Entrambi hanno reso più distanti le condizioni delle zone sottosviluppate da quelle sviluppate e più evidenti le disparità sociali. Due concezioni che col sistema maggioritario sono diventate strutturali e la corsa alla conquista del potere, invece della competizione per il governo dell’interesse generale, ha portato ad un evoluzione ulteriormente negativa, lo scontro di due concezioni estranee alla concezione democratica e repubblicana, estranea alle concezioni Europee e della civiltà occidentale. Il bipopulismo presente in entrambi i poli destra sinistra con l’aggiunta di un nazionalismo antistorico, antieuropeo e pericoloso. Lo scontro fra DC e PCI è diventato, col crollo delle ideologie e dei partiti storici, lo scontro fra uno schieramento col PD cattocomunista erede del vecchio bipolarismo corporativo assistenziale PCI, DC unito al populismo dei 5S e dall’altra parte il populismo berlusconiano, mascherato da liberalismo popolare, con la tradizione della destra di estrazione movimento sociale, antieuropea e nazionalista, con la Lega di Salvini, sovranista e antieuropea. Una destra che difficilmente, se non muterà sostanzialmente, credibile a gestire una contingenza politica in cui il tema della solidarietà europea va gestito in accordo con la UE, non in uno scontro quotidiano, cercando di unificare i nazionalisti più estremi dei paesi europei.
Per rompere questa brodaglia esplosiva occorre creare un centro democratico, repubblicano, liberal democratico, azionista, che sia autonomo da questa destra e questa sinistra che prosegua la politica e gli impegni del governo Draghi almeno fino al 2027, possibilmente con Draghi Presidente del Consiglio fino al 2023 e anche dopo, se i risultati sono quelli che registriamo sia in termini di sviluppo che di lotta alla pandemia. Sono bastati 8 mesi fuori dalla concezione destra-sinistra per ridare sviluppo e governo della emergenza pandemica ai massimi livelli mondiali. È vero che la figura di Draghi ha pesato molto in questo, ma è soprattutto l’idea che si può governare meglio il paese se si sta fuori dallo scontro perenne e da un bipolarismo dominato dalle estreme.
Il PRI riassume in questa contingenza storica pienamente il suo ruolo di coscienza critica, di stabilizzatore del sistema politico, di minoranza storica che tiene acceso il faro dell’interesse generale. Lo può fare con forze che politicamente hanno lo stesso interesse, cioè quello di riportare la politica al suo compito vero, cioè quello di un confronto dialettico programmatico che si svolge dopo le elezioni in Parlamento come vuole la Costituzione di una Repubblica parlamentare. Un centro che rompe lo schema di potere destra-sinistra che si alimenta con lo scontro, per fare emergere la capacità di governo dell’interesse generale. Un polo che si collega alle esperienze liberaldemocratiche europee, che ha come punto di riferimento la cultura e le alleanze occidentali. Un polo terzo che chiede una riforma elettorale proporzionale con l’introduzione della sfiducia costruttiva, che isola il populismo e il sovranismo nazionalista, che assume l’agenda Draghi come sviluppo di una politica riformatrice europea, che implementa proposte ragionate e di sviluppo sostenibile e possibili del paese, che si rivolge, come offerta politica nuova, ma con solide radici nel Risorgimento e nella storia italiana, a quegli elettori che disertano le urne perché non si riconoscono in un’offerta muscolare e di conquista del potere tipica di questi 27 anni di scontro.
Se riusciremo a contenere le polemiche ideologiche, se il narcisismo di qualcuno, che non è la rinuncia al protagonismo ma l’accentramento su un uomo della realizzazione progettuale, se tutti coloro che si impegnano avranno visibilità e rappresentanza allora possiamo dare una speranza al nostro paese. Chi vuole impegnarsi in questo progetto è bene accetto, chi intendesse questo terzo polo come un centrismo di interdizione del potere è bene che se ne stia fuori. Noi possiamo offrire al paese una politica seria, di riforma, di coesione sociale, di libertà e di benessere crescente solo se manterremo le caratteristiche del rigore politico e morale dei grandi riformatori cui ci collega la storia risorgimentale e democratica del paese, dell’Europa, dell’Occidente.