“Fedeli alla linea, anche quando non c’è. Quando l’imperatore è malato, quando muore, quando è dubbioso”. Così negli anni ottanta una celebre punk band italiana cantava l’epos sovietico. Mai strofa fu più profetica a dire il vero, se riferita al fallito colpo di stato avvenuto in Urss nell’agosto del 1991, in seguito ribattezzato assai poco rispettosamente, “il golpe dei cretini”. Più che di cretini, si trattò in realtà degli esponenti politici di un élite che tutto aveva da perdere a seguito del tentativo riformatore che da alcuni anni Mikhail Gorbaciov stava portando avanti.

Lo scenario in cui maturò e poi si compì la morte per consunzione dello Stato più esteso del pianeta, ci è restituito con lucida ed implacabile nettezza da Sergio Romano nel suo “Il suicidio dell’Urss”, appena dato alle stampe per i tipi della Sandro Teti Editore. Attraverso numerosi articoli che indagano le ragioni profonde, storiche, politiche e sociali del crepuscolo sovietico, Sergio Romano, Ambasciatore d’Italia a Mosca dal 1985 al 1989, ripercorre le tappe salienti della “più grande tragedia geopolitica del XX° secolo”, secondo la nota definizione di Vladimir Putin.

La parabola gorbacioviana, narrata dall’Ambasciatore Romano, reca le indelebili tracce storiche di una lunga incomprensione esistenziale tra Occidente e mondo russo; basti considerare la tragica figura dell’ultimo Segretario generale del PCUS: eroe in Occidente, bistrattato ed odiato in Russia.

Il valore dell’analisi offertaci dall’opera, nel trentennale dalla fine dell’URSS, si coglie fin dalle primissime pagine, laddove Romano esplora l’origine slava dell’Impero, tra influenze mongole ed eredità bizantina.

Se, come sostiene Luciano Canfora nella prefazione, “l’Urss non è mai finita”, l’affermazione va intesa nel senso più profondo colto da Ezio Mauro, nell’introduzione al libro, quando cita la “spinta ideologica e messianica di conquista ed espansione spirituale che la Russia ha conservato nei secoli, pur trasformandosi in Urss”.

Solo chi conosce bene la Russia infatti, come l’Ambasciatore Romano, ha saputo presentire l’eterno ritorno di una comunità di destino che si ritiene portatrice di una missione storica e di una civiltà alternative all’Occidente.

Ecco allora che la forza del libro risiede non solo nell’appassionato racconto di un mondo davanti al quale si spalanca l’imprevedibile abisso degli eventi, ma anche nell’acume con il quale l’autore fa intravedere retroscena poco indagati e possibili scenari futuri. Il pendolo russo, ancora oggi, continua ad oscillare tra suggestioni eurasiatiche e tentativi di avvicinamento all’Europa, mentre la fisarmonica dello spazio imperiale si allarga e si stringe a seconda del soggetto politico che lo abita: dagli Zar al Partito comunista, fino allo Stato Federale.

Quasi reincarnatosi nel protagonista di un vecchio film sovietico, “L’uomo con la macchina da presa”, l’autore, attraverso il lento ed inesorabile piano sequenza dei suoi articoli, ci mostra il film del commiato sovietico quasi in presa diretta, mentre la Storia, con la maiuscola, scorre davanti ai suoi occhi.

Il libro è anche il lungo addio ad un mondo scomparso, narrato con la profondità di chi sa interpretare gli eventi nel loro svolgersi, cogliendone il più intimo significato.

Il nostro ringraziamento va a Sergio Romano ed all’editore Sandro Teti per averci regalato queste pagine.