Daniele Capezzone ormai lo si conosce anche senza leggerlo. Colto, elegante, spiritoso. Puoi non condividere le sue idee, o non condividerle affatto, ma non puoi non annotare che la sua prosa ha qualcosa di magico ed essenziale, anche nelle sottigliezze, anche nelle raffinate provocazioni. Così Per una nuova destra, il suo ultimo lavoro edito da Piemme: avviene quello che già sai. È tutto nel titolo, in realtà: cosa dovrebbe fare la destra, questa destra, per inventare se stessa, per disegnare uno spazio di agibilità politica e recitare un ruolo da protagonista. Ruolo da protagonista che la sinistra, presa com’è dai suoi solipsismi quasi morettiani, ormai le cede volentieri. Ma la si nota di più se dice qualcosa o se tace?

Capezzone parte da Clint Eastwood. E ne fa un simbolo, una maschera, una visione della vita, cioè una icona politica. Normalmente non si coglie “la traiettoria di un uomo integro e solitario, e il filo che unisce le esperienze di quando era più giovane (le interpretazioni negli spaghetti western e più torni il ruolo dell’ispettore Callaghan) alle gemme della maturità, che lo hanno visto come regista e a volte interprete negli ultimi tredici anni”. Prendiamo Sully per esempio. «La storia è tanto vera quanto nota: nel 2009 il pilota di linea Chesley ’Sully’ Sullenberger appena decollato dall’aeroporto La Guardia di New York al comando di un aereo con a bordo 155 passeggeri, deve con il suo copilota far fronte ad una situazione estrema: a causa di un bird-strike, cioè di uno stormo di uccelli che si infila in entrambi i motori, il suo Airbus rischia di schiantarsi. Sully e il copilota hanno appena 208 secondi, non uno di più, per valutare le alternative, e capire se c’è tempo di tornare in aeroporto. Non c’è. Con un’operazione ai limiti dell’impossibile, allora, decidono un ammaraggio d’emergenza sul gelido fiume Hudson. […] Ma questo è solo l’inizio della storia, lo spunto di partenza. In realtà, il cuore del film è la ricostruzione della grottesca indagine tecnica in cui la compagnia aerea e le autorità di trasporto cercano di dimostrare che Sully ha compiuto una scelta avventata, che sarebbe potuto rientrare in aeroporto, che non è un eroe ma uno che ha messo a rischio tante vite. Dunque, al centro c’è l’individuo, anzi due individui, il pilota e il copilota. Il fattore umano contro la burocrazia e le furbizie legali; la responsabilità individuale e il dovere contro le chiacchiere; gli uomini veri contro i fantocci e la nevrastenia mediatica. Qui sta il cuore e lo spirito davvero americano del racconto: un individuo padrone di sé, concentrato e competente, può compiere imprese straordinarie, al di là di qualunque immaginazione. Non solo. Una società che funziona è quella in cui, oltre all’ ‘eroe’, c’è una molteplicità di figure che fanno il loro dovere». E cioè gli uomini della torre di controllo, le unità di soccorso, le forze navali e di polizia, i medici.

Il tema è il rapporto tra individuo e stato, certo declinato in modo diverso dalle varie teorie politiche, lo stato che controlla ogni aspetto della vita dell’individuo come nel comunismo, uno stato minimo a tutelare le libertà dell’individuo con poche leggi e chiare, come sognano i liberali, uno stato fatto delle libertà dell’individuo, secondo la visione hegeliana che sarà cara anche a Mazzini e alla tradizione repubblicana, dove le leggi sono garanzia di libertà. Oggi la destra deve orientarsi, definirsi. Lo può fare con maestri immortali come Hayek o Friedman, mettendo a fuoco la sua anima interclassista. L’idea è un partito repubblicano, non proprio nel senso che in Italia si dà, ma un grande contenitore, per organizzare una serie di contenuti. Un soggetto che possa ospitare tutte le idee, che abbiano però dei valori comuni (la libertà, la proprietà, l’iniziativa privata, l’abbattimento delle tasse). «Non si tratta di imporre forzosamente una innaturale omogeneità: ma di favorire un saggio e ragionevole approccio ‘fusionista’. Si tratta di essere uniti su di un paio di cose: un nucleo programmatico essenziale e il candidato alla guida della coalizione ogni quattro-cinque anni. Su tutto il resto, ciascuno si tenga la proprie idee e convinzioni: più liberali o più di destra tradizionale, più laiche o più religiosamente connotate, e così via. Anzi: è bene che viva una ricchezza di associazioni, Think-tanks, centri studi, case editrici, giornali, riviste. Si può vivere senza schizofrenia una doppia dimensione: essere ognuno comodo e ‘caldo’ a casa propria, nell’area culturale e associativa più congeniale, e contemporaneamente ci si può sentire a proprio agio anche in un contenitore elettorale più grande e unitario, che tenga tutti dentro e consenta a ciascuno la piena agibilità politica».

Se la libertà oggi è l’unica bussola, quali sono i pericoli da tenere in osservazione per “scongiurare una nuova versione dell’incubo orwelliano”? «Tra ossessione della biosicurezza, cancel culture e ideologia woke c’è il rischio di un’espansione senza precedenti di nuove forme di autoritarismo”. La prima ossessione, “parossisticamente estremizzata dall’emergenza del Covid”, non ci abbandonerà. E anzi induce ormai fette ampie di popolazione (e la quasi totalità dei media) a ritenere “normali” quelle che invece dovrebbero essere considerate alla stregua di clamorose e intollerabili violazioni della sfera individuale e persino intima di ciascuno di noi. È stato giustamente osservato dal britannico Telegraph: cosa diremmo se, in un colloquio di lavoro, ci fosse chiesto di consegnare la password della nostra casella di posta elettronica o di rivelare le nostre preferenze sessuali? Insorgeremmo. Invece, quandoo si è trattato della libertà personale e di movimento, ci siamo piegati senza fare un plissé. Ha ragione la grande Janet Daley, editorialista di quel quotidiano londinese, quando chiede di promettere a noi stessi che – prima o poi – faremo uno scrutinio severo di come questo cedimento culturale e morale sia potuto avvenire. A che è servito aver vinto la Guerra Fredda, esserci emozionati per la caduta del Muro nel 1989, se poi – senza combattere – abbiamo accettato un livello di intrusione delle autorità pubbliche nella vita personale che avrebbe creato imbarazzo persino a Berlino Est? E a che serve contrapporci oggi alla Cina se, senza colpo ferire, in gran parte del nostro Occidente abbiamo accettato l’imposizione di formule costrittive (il lockdown generalizzato alla cinese, appunto) concepite per modelli dittatoriali, per società in cui le libertà personali e civili sono sistematicamente sacrificate rispetto al bene e alla volontà del Partito? […] Rischiamo che le nostre società, già divise e ultrapolarizzate, subiscano altre linee di frattura, divisioni tra cittadini ‘di serie a’ e ‘di serie b’ (il politologo Luigi Curini ha efficacemente paventato il pericolo di una guerra non di ‘classi’ ma di ‘bioclassi’). Anziché unire e suturare, come sarebbe auspicabile e necessario, corriamo il rischio di lacerare ancora, mentre – più o meno percettibilmente – l’emergenza diventa permanente, con poche speranze di tornare a ‘prima’, a qualcosa che assomigli all’antica normalità».