Le istituzioni italiane sono molto fragili. È questo il pensiero che il professor Panebianco descrive in tutti i suoi articoli sul Corriere della Sera da trent’anni. Il professore lamenta una dispersione del potete fra Stato e Regioni ed un governo comunque troppo debole per risolvere i problemi quali che siano.
In questi mesi, dove pure si registra un accentramento, la ragione è eccezionale. Risolta la pandemia, secondo Panebianco, di ripristinerà, la solita routine.
Il presidente del consiglio tornerà un semplice primus inter pares , quasi una nullità. Panebianco è convinto che una volta fallito il tentativo portato avanti da Renzi di accentrare i poteri sulla presidenza del Consiglio, il cammino per una riforma di tipo presidenziale sia sempre più in salita.
Di conseguenza se la salute assiste ancora a lungo il professore, come ci auguriamo, per altri trent’anni leggeremo la solita solfa sulla fragilità delle istituzioni italiane.

Verrebbe da chiedersi se mai l’ipotetica riforma della costituzione non fosse stata preceduta dalla riforma elettorale, lo scenario sarebbe stato diverso. Perché se prima di procedere alla riforma della legge elettorale si fosse delineato una diversa idea costituzionale dello Stato per rendere compatibili i due sistemi avremmo evitato dissonanze. In una repubblica parlamentare la forma di governo dipende dalla legge elettorale. Né Panebianco né meno che mai la corte costituzionale, si sono preoccupati di questo aspetto e quindi abbiamo avuto uomini politici che chiedevano un governo la notte stessa delle elezioni. Visti poi i risultati di stabilità dei governi ed i gruppi ed i sottogruppi che si sono costituiti durante le legislature con il maggioritario, non si capisce la ragione per cui si dovrebbe impedire l’elezione di un parlamentare con lo 0,5 dei voti. Erano meno destabilizzanti i tre deputati di Democrazia Proletaria eletti negli anni settanta del secolo scorso che i tanti eletti in questi venti anni.

Poi si può anche essere d’accordo sul principio del rafforzamento dei poteri del governo. Bisognerebbe solo valutare i necessari bilanciamenti che distinguono una democrazia anglosassone da un regime sudamericano, perché dei contropoteri nessuno parla mai.
Nell’emergenza covid abbiamo visto il paternalismo del governo e una informazione allineata docilmente. Per un anno il parlamento è stato sospeso dalle sue funzioni dirimenti e tutto questo è stato ritenuto legittimo dalla corte costituzionale. Non ci sembra che Panebianco se ne sia particolarmente preoccupato.

L’emergenza continua da un tempo sufficente a Roma di annientare Cartagine. Per lo meno abbiamo cambiato il presidente del consiglio perché sul precedente è meglio stendere un velo pietoso. La personalità pesa più delle istituzioni, timore di Panebianco condiviso dal senato romano.

Invece non è detto che domani si ripristini la solita debole normativa. Sappiamo quando siamo entrati in emergenza e non sappiamo quando ne usciamo. Quando l’Italia affrontò l’emergenza terrorismo, passarono sei anni. Panebianco ricorda? Il governo dell’epoca prese la sua forza dall’arco costituzionale in parlamento.
Quando il ruolo dei partiti e quello del parlamento viene meno, non c’è riforma costituzionale capace di impedire che la repubblica precipiti in una avventura.