Tutti ci siamo oramai abituati a riscontrare una qualche discrepanza inevitabile fra l’idea e la realta, e può benissimo succedere che una sia l’opposto dell’altra. La “Gamorra” di Saviano doveva essere la denuncia della camorra, la serie televisiva “Gomorra” ne è diventata l’apologia. Probabilmente non ce ne saremmo preoccupati più di tanto non ci fosse un simile battage pubblicitario ad una quinta stagione che conferma un successo di pubblico importante.
Si tratta di più di settanta ore di trasmissione in sette anni a cui se ne aggiungono centinaia e centinaia di repliche, più un prodotto cinematografico autonomo nelle sale. Per quanto ci si sforzi le meningi, il messaggio di tutto questo strepitoso lavoro è uno solo, per cui se non sei un camorrista, non sei niente. È quasi inevitabile che un autore si affezioni ai suoi personaggi anche quando questi sono riprovevoli o ripugnanti. George Romero già al secondo film sui morti viventi, preferiva nettamente l’innocenza dei suoi zombie alla volontà degli umani. Francis Ford Coppola, amava Michel Corleone, ma almeno la famiglia Corleone, aveva combattuto storicamente il traffico di stupefacenti. “Il padrino”, solleva una questione morale sulle attività mafiose, ma soprattutto voleva costituzionalizzare i suoi affari. Cosa promette Michel a sua moglie? Che le attività della famiglia Corleone nel giro di cinque anni saranno perfettamente legali. I protagonisti di “Gomorra” considerano la droga il pane quotidiano e rifiutano di costituzionalizzarsi anche quando potrebbero. Gli piace troppo essere dei criminali, o più semplicemente, come dice uno di loro fatalisticamente, “la nostra vita è questa”. Il problema è che non c’è altra vita. Non si tratta di gestire una piazza di spaccio a Napoli, ma un traffico mondiale, penetrare tutti gli ambienti lavorativi, da quello finanziario, a quello imprenditoriale, rendere impotente ed insignificante lo Stato, essere protetti dalla Chiesa. La Camorra è ovunque, e appare sicuramente invincibile. Guardate del resto i suoi protagonisti, sembrano gli achei dell’Iliade, dove fra i guerrieri si aggirano i semidei. Ad uno di loro è stato dato il nome di “Immortale” che nemmeno si poteva attribuire il figlio di Peleo e Teti, Achille re dei mirmidoni.
È vero che grazie a Dio molti di loro muoiono in fretta, ma nessuno sembra mostrare rimpianto se non qualche pusillanime. C’è invece la fierezza di aver tentato la sorte. La Camorra è aperta a tutti, anche ai giovani della Napoli bene che lasciano le loro noiose vite trascorse nel lusso per correre finalmente il brivido di assalire un blindato armi alla mano e trovare una propria famiglia nel clan del quartiere. Si è arrivati pure a questo. Un quadro davvero desolante per quei poveracci che difendono la legalità e la camorra la combattono. Mai qualcuno dovesse rappresentare le istituzioni appare come un’ombra a meno che non sia corrompibile o già affiliato.
La produzione e gli autori farebbero bene a rifletterci un attimo e soprattutto ci rifletta Saviano che gira con la scorta.