Pubblichiamo integralmente l’intervento di Oliviero Widmer Valbonesi in apertura del convegno Verso la forza terza con Renew Europe. Liberali, democratici, repubblicani uniti per un’agenda politica riformatrice euro-atlantica organizzato a Forlì da La Voce Repubblicana

Qualcuno mi ha chiesto come mai in un contesto di un’attualità politica particolare, caratterizzata da un bipolarismo che tende al bipartitismo, noi facciamo questo evento controcorrente? La ragione è molto semplice: e cioè la necessità che nel momento in cui la nostra possibilità di ripresa e di sviluppo dipendono sempre più dall’Europa con il NGUE e da più parti si rivendica l’Europa politica come la “nuova frontiera” politico istituzionale in grado di ridisegnare le regole della convivenza pacifica e dello sviluppo economico e sociale, non poteva mancare fra i protagonisti un progetto politico culturale di terza forza, fra quella socialista e quella popolare, cioè la via repubblicana, liberaldemocratica, in grado di organizzare politicamente questa terza forza in Italia, per l’Europa. E questo è da noi maggiormente sentito soprattutto per il fatto che i due schieramenti nel corso di questi 27 anni di maggioritario si sono sempre più dimostrati somiglianti nella loro logica di fondo; e cioè la volontà di conquistare comunque il potere e non certo sfidarsi in nome del miglior governo del Paese. Qui non si sono confrontati due modelli di sviluppo sui quali i cittadini scelgono di essere un po’ più liberisti o un po’ più riformisti, ma due modi di intendere la politica come conquista del potere. I ceti sociali di riferimento non sono quelli delle società aperte, ma, decisivi per la vittoria, sono quelli corporativi ed assistiti per entrambi, i diritti civili sono dimenticati da entrambi, la sudditanza al Vaticano è totale per entrambi, la convinzione che lo stato debba garantire i diritti senza nessuna forma di dovere, di virtù civile è la caratteristica di entrambi gli schieramenti.

Crisi della Repubblica o mancanza di cultura politica di governo repubblicana e liberaldemocratica?
Sono passati oltre 75 anni da quel 2 giugno ’46 in cui nacque la Repubblica italiana in seguito al referendum in cui gli italiani scelsero la Repubblica e sconfissero la Monarchia Sabauda complice del fascismo e delle sue nefandezze. Da molto tempo il nostro paese è immerso in una crisi profonda politica, economica, sociale, istituzionale e morale è chiaro perciò che essa non può essere considerata solo il frutto di errori contingenti. Il 2 giugno del 1946, come scrisse La Malfa, il popolo strappò la Repubblica, ma la DC e il mondo più vasto di interessi che la DC rappresentava ottenne l’egemonia sulla Repubblica. Si avverò, purtroppo, quello che un secolo e mezzo prima Giuseppe Mazzini aveva magistralmente profetizzato in Fede ed Avvenire. «Quel popolo che non s’è mosso per fede, ma per semplice reazione contro gli abusi della Monarchia ne serberà gli antecedenti, la tradizione, l’educazione: avrete forma repubblicana e sostanza monarchica, la questione d’ordinamento politico cancellerà la vera suprema questione, la questione morale e sociale». La profonda crisi del paese ci appare così nella sua dimensione reale, non è il frutto di errori casuali, ma è l’espressione di una cultura di governo, tesa ad egemonizzare lo sviluppo della società, portata avanti da forze politiche di governo e di opposizione, da associazioni sindacali, imprenditoriali e dei lavoratori, che per mantenere intatto il loro potere particolare non hanno mai tenuto presente l’interesse generale del paese. A questo si aggiunga la mancanza di controlli che solo l’alternanza al potere riesce a garantire. L’alleanza ideologica con l’Urss che la sinistra marxista proponeva, in un quadro di alleanza atlantica ed occidentale dell’Italia e dei maggiori paesi europei, di fatto teneva bloccato il paese, senza alternanza possibile al governo del paese. Naturalmente le scorciatoie messe in atto per trasformare il paese in uno scontro bipolare e maggioritario non facilitarono le cose, anzi, impedirono la trasformazione delle forze politiche da partiti ideologici in moderne formazioni di servizio, come prevede la Costituzione italiana. In proposito Ugo La Malfa nel saggio la Repubblica probabile scriveva: «Il sistema elettorale uninominale è certamente più idoneo del sistema proporzionale a costituire maggioranze più solidali, a semplificare gli schieramenti politici spingendoli rapidamente verso il bipartitismo ( un partito che governa e un altro che sta all’opposizione) ma il suo presupposto è che le forze politiche sulla scena abbiano le caratteristiche, la configurazione, come si suol dire, di grandi partiti di servizio democratico nei quali il collante ideologico sia molto tenue, tale cioè da non costituire un impedimento serio e oscillazioni elettorali verso l’uno o l’altro partito, di una larga fascia di elettori marginali, in base a considerazioni contingenti riferite ai programmi elettorali o a realizzazioni concrete delle forze politiche o a loro comportamenti precisi fuori di ogni pregiudiziale ideologica». «Condizione necessaria ma non sufficiente, perché ciò si verifichi sul piano politico è una società largamente omogenea, fortemente equilibrata e stabilizzata nel suo sviluppo e dove le forze politiche non hanno i caratteri etnici, religiosi e ideologici ma quelli di grandi formazioni di servizio democratico». Concludeva il suo ragionamento con una preoccupazione che non può non essere tenuta presente anche oggi, visto la sua lungimiranza ed attualità. «In questa situazione l’abbandono della proporzionale non sarebbe un segno di maturazione democratica, di evoluzione positiva del sistema politico bensì un segno inverso, di involuzione, di impoverimento della dialettica politica, che sarebbe ridotta a scontro irriducibile e perpetuo fra le due forze ideologiche maggiori, i comunisti e i cattolici, si tratta di uno schema che può ben servire a spinte di conservazione, se non di reazione, ma che sicuramente non serve a una promozione democratica e civile del paese». Il sistema maggioritario introdotto da 27 anni non solo non ha trasformato i partiti in moderne formazioni di servizio, ma ha reso strutturale la rappresentanza del sistema corporativo sia che governasse la destra sia che governasse la sinistra. La crisi del sistema democratico nasce da lì, dall’aver abbandonato un modello pluralistico di dialettica e di sintesi politica che arricchiva con culture politiche lo studio e la elaborazione di soluzioni ai problemi del paese, che legittimava il Parlamento come sede legislativa e di controllo dell’interesse generale.
Quello che più è mancato alla politica è la capacità di analisi dell’evoluzione della società. Il risultato è che tutti inseguono le corporazioni, negando non solo i diritti individuali, ma anche il senso del dovere verso il bene comune, tutti inseguono il localismo, in piena globalizzazione, come una risposta clientelare ai bisogni delle popolazioni creando sovrastrutture, sperperi, inefficienze che la competizione mondiale dovrebbe eliminare per liberare risorse verso gli investimenti strategici, sia quelli del merito intellettuale, sia quelli delle priorità infrastrutturali. La destra non si limita più a gestire l’esistente in quanto portatrice di un conservatorismo storico e culturale, come ha fatto la DC per quasi 50 anni, ma ha raccolto le peggiori spinte sovraniste e nazionaliste rendendole determinanti per la conquista del potere e quindi si barcamena in modo contradditorio stando in una maggioranza di governo di solidarietà con una parte, ma allo stesso tempo anche all’opposizione con un’altra parte e comunque non in grado di fornire complessivamente garanzie sufficienti all’Europa. La sinistra, che dovrebbe essere portatrice di una politica riformatrice di trasformazione costante della società allargando le opportunità per coloro, cittadini o zone del paese, che più sono discriminati da un meccanismo di sviluppo clientelare e corporativo, in effetti insegue la destra nella sua volontà di interpretare i bisogni dei gruppi di pressione corporativi, perseguendo non l’interesse generale ma i “tutelati ” dallo stato assistenziale, dipendenti pubblici e dipendenti delle grandi imprese, su posizioni di difesa dell’esistente e non sulla base di elementi di competitività internazionale che diano stabilmente occupazione e possibilità di sviluppo. I santuari delle istituzioni pubbliche, in cui si consuma il falso mito della partecipazione dei cittadini, hanno creato una rete di poteri comunali, provinciali, regionali, metropolitani che fanno lievitare i costi, la burocrazia, i conflitti di competenza, e sono vere e proprie palle di piombo sulle ali delle imprese e dei cittadini. Tutto questo naturalmente porta la gente ad arrangiarsi e non a quello spirito civico di cittadinanza, quel “patriottismo costituzionale repubblicano” che dovrebbe contraddistinguere una nazione moderna e consentire un esercizio della politica come una sfida per il buongoverno del paese. Le forze politiche non hanno radicamento culturale e politico. Tentare attraverso escamotages tattici di fondere culture riformiste produce velleitarismo e un impoverimento tale che la sinistra da vent’anni non solo non riesce ad essere alternativa, ma non ha nulla da proporre come elemento della sua unità se non l’antiberlusconismo, prima e l’antisalvinismo poi, l’antifascismo in servizio permanente, e anti 5S, anche se poi, ci ha governato insieme e ritiene tutt’ora strategica l’alleanza con un partito populista come i 5S al punto di farsi promotrice e garante di un loro ingresso nel PSE. Gli unici che hanno conservato memoria storica e un ruolo d’interpretazione di queste realtà che sono molto di più di quello che può sembrare, sono i repubblicani e i liberaldemocratici, che pur da posizioni di minoranza hanno il merito e la responsabilità storica di preservare questa cultura del civismo e del patriottismo costituzionale repubblicano come la risorsa vera del paese. Quindi la partita strategica è quella delle idee, del modello di società liberal-democratica “repubblicana” che vogliamo costruire per quell’Altra Italia, dimenticata da tutti, Europea ed occidentale, quella del merito, dell’imprenditoria sana, dello stato snello, della giustizia equa, veloce e certa, che investe sulla cultura e l’istruzione, sulla sanità, sull’ammodernamento del sistema paese e sui giovani e che solo un progetto costituente nuovo può garantire, ed aprendoci ai gruppi sociali delle società aperte e contro tutti i protezionismi ed assistenzialismi da chiunque professati. Esiste quindi una terza via rispetto alle logiche corporative ed assistenziali speculari di destra e sinistra? Esiste ed è la tradizione repubblicana, liberale, azionista, democratica risorgimentale del nostro paese.
Di fronte alla miscela di corporativismo, localismo, rivendicazionismo, oscurantismo, che determina l’abdicazione della politica alla logica dello spontaneismo, occorre contrapporre il primato della politica come cultura di governo dell’interesse generale. Il primato della politica, come noi lo intendiamo, è la capacità che le forze politiche hanno di dare risposte all’interesse generale del paese e del pianeta. In democrazia, le forze politiche- attraverso l’azione di governo- possono orientare il meccanismo di sviluppo del paese, garantendo la libertà e la giustizia sociale. Il meccanismo di sviluppo capitalistico è uno strumento che garantisce possibilità di accumulazione, come nessun altro sistema è in grado di fare, e che, in questa sua capacità, va preservato, non gravandolo di pesanti condizionamenti burocratici o di eccessivi carichi fiscali; tuttavia è l’azione delle forze politiche, attraverso il governo, che può scegliere di orientarlo verso i consumi sociali (occupazione, previdenza, sanità, difesa dell’ambiente, incentivazione dei trasporti ecc.) oppure verso i consumi individuali (incentivi alle auto o agli elettrodomestici) lasciandolo sostanzialmente esposto allo spontaneismo del mercato. Così ci ha insegnato Ugo La Malfa.
Oggi, il centro-destra e il centro sinistra sono gli eredi storici di quella DC e di quel PCI, che come diceva Ronchey, rappresentavano “interclassismi a permanente confronto elettorale” e come tali continuamente sensibili alle pressioni contrastanti con la necessità di riduzione della spesa pubblica corrente e costo del lavoro. È dall’accostamento di questi due interclassismi che emerge il blocco sociale egemonico della società italiana quello del corporativismo impiegatizio e del corporativismo operaio, parassitari entrambi sia se li si considera dal punto di vista competitivo dei ceti imprenditoriali che reagiscono con la disaffezione dalla politica, anzi la vedono come un peso allo sviluppo, sia se li si considera dal punto di vista dei ceti e delle zone emarginate, giovani e Mezzogiorno che nel cedimento alle pressioni corporative vedono chiudersi tutti gli spazi di Occupazione, di ammodernamento infrastrutturale o di riequilibrio e sviluppo. Il sistema maggioritario, inteso dai due poli come lotta per la conquista del potere, ha reso “strutturalmente” egemonico sul piano politico questo blocco sociale e quindi strutturalmente non modificabile la cultura di governo dei due schieramenti e quindi sempre più lontana la possibilità di perseguire rigore ed interesse generale. Perciò, come diceva un grande liberaldemocratico, Francesco Compagna: «Si devono considerare preziose le imperfezioni del bipartitismo. Quanto più imperfetto è il bipartitismo, tanto più castigabili le propensioni all’interclassismo corporativo anche nei partiti che più ne subiscono la logica perversa. I contenuti della loro polemica economica a sinistra dimostrano che i repubblicani e la cultura liberal-democratica rappresentano la più preziosa imperfezione del bipartitismo corporativo». Ecco allora, la necessità di una terza via che non è solo espressione di uno spazio politico ma essenzialmente di una cultura diversa; al fondo è un diverso modo di intendere e di risolvere i problemi del paese. La scuola repubblicana, liberal-democratica, insegna politiche, metodi e strumenti di individuazione delle priorità da perseguire attraverso lo strumento dello sviluppo programmato. Noi non abbiamo modelli finalistici da perseguire ma abbiamo indicato un metodo di governo che se perseguito produce la riforma compatibile e continua della società. E questo metodo noi dobbiamo riproporlo a tutti coloro che vedono nel blocco sociale dominante il vero piombo sulle ali del rinnovamento del paese.
Per rompere questa brodaglia esplosiva occorre creare un centro democratico, repubblicano, liberal democratico, azionista, che sia autonomo da questa destra e questa sinistra che prosegua la politica e gli impegni del governo Draghi almeno fino al 2027, possibilmente con Draghi Presidente del Consiglio fino al 2023 e anche dopo, se i risultati sono quelli che registriamo sia in termini di sviluppo che di lotta alla pandemia. Sono bastati 8 mesi fuori dalla concezione destra-sinistra per ridare sviluppo e governo della emergenza pandemica ai massimi livelli mondiali. È vero che la figura di Draghi ha pesato molto in questo, ma è soprattutto l’idea che si può governare meglio il paese se si sta fuori dallo scontro perenne e da un bipolarismo dominato dalle estreme.
Se non si rompe lo schema destra sinistra la politica ruota sulle estreme e sarà sempre peggio. Proporzionale, per liberare i moderati dal bipopulismo di destra e sinistra e dal sovranismo di destra e recuperare l’astensionismo di chi non si ritrova in questo bipolarismo muscolare. Per ridare una funzione nobile alla politica occorre lavorare per una forza repubblicana, liberal democratica che si intesti l’agenda Draghi. Chi è antieuropeo in un momento in cui l’Europa è solidale come mai nella sua storia, stia con Orban e co. o con la Le Pen. In Europa la sinistra, vedi Germania, non sta con un movimento populista, come i 5S e non esita, quando serve, ad allearsi con il PPE, i liberali, nell’interesse del loro paese. Discutono anche mesi, ma alla fine il governo nasce e dura perché hanno la sfiducia costruttiva, come dovrebbe avere il nostro paese. Non ci interessa uno schieramento intercettatore di un potere di interdizione per una politica di potere. Ci interessa garantire il meglio del governo del paese con la persona che meglio interpreta ciò, Mario Draghi per i risultati che sta ottenendo, per gli impegni futuri. Chi vuole mandarlo al Quirinale vuole ritornare celermente a predare il paese con politiche assistenziali e clientelari. Senza agganci europei solidi e con alleanze internazionali non affidabili. Il PD se rimane prigioniero dei 5S o se la Lega non si caratterizza più per i risultati di qualità di governo delle zone che amministra, cercando un approdo europeista federale e non seguirà Giorgia Meloni nella folle rincorsa dell’estremismo di destra nazionalista, la destra non darà risoluzione ai problemi del paese. Se si sta contro l’Europa non si rilancia l’economia né si ha la garanzia dei finanziamenti europei perché legati a riforme che la destra contesta. Se la sinistra non si dà una visione riformatrice vera, se non la smette di essere strabica verso il fondamentalismo ambientale che nega il nucleare pulito e si rende prigioniera dello scontro energetico che ci sta strozzando l’economia, se invece di occuparsi dei temi del buongoverno pretende di intestarsi l’agenda Draghi senza avere Draghi, introducendo continui strappi con temi come lo jus soli, la legge Zan, il voto ai 16 anni, le patrimoniali etc. sarà un’offerta scadente, inadeguata a governare il paese.
Quindi noi da oggi dobbiamo promuovere iniziative politiche, dibattiti con tutte le forze liberal democratiche per portare un contributo autonomo di idee e di programmi al paese.
Ci sono due insidie che vanno superate e su cui dobbiamo essere chiari e decisi. La prima è che Draghi deve rimanere a capo del governo fino a fine legislatura e anche dopo per noi, con la sua politica che ci impegna fino al 2027. Far credere che Draghi possa dal Quirinale esprimere anche una funzione di governo in una sorta di semipresidenzialismo è pericoloso perché è fuori dalla costituzione, e rischia solo di inquinare la sua immagine di fedeltà alle istituzioni del paese. L’altra è che i fautori del bipolarismo destra sinistra cercheranno, anzi cercano di sbriciolare la vera novità di qualità nell’offerta politica italiana, cioè il polo repubblicano, liberal democratico, laico, azionista.
Qualcuno cercherà di stabilire che il PD è l’asse della governabilità democratica e che quindi il polo liberal-democratico, deve sostituire i 5S, e diventare con il modello Ursula lo schieramento di governo dell’Italia. Qualcuno farà l’operazione inversa, cercherà di portare la Lega nel PPE e con Berlusconi federatore, dopo l’illusione di diventare il nuovo presidente della Repubblica, cercherà di portare il polo repubblicano, liberal-democratico, azionista, laico a sostituire la Meloni come determinante per il governo del centro destra. Se il polo repubblicano, liberal-democratico si presterà, non a giocare un ruolo autonomo, ma a fare il pendolo fra destra e sinistra per ottenere un po’ di sottopotere in più, avremmo definitivamente perso l’occasione storica che abbiamo davanti. Riassumendo, noi dovremo fissare alcune linee imprescindibili. La prima è che Draghi serve al paese fino alla fine della legislatura e fino a che si conclude la fase del NGUE. Che al Quirinale o rimane Mattarella o si elegge persona di prestigio istituzionale in sintonia con la necessità di continuare la politica di successo del governo Draghi. Che occorre una legge elettorale proporzionale per dare più rappresentanza alle minoranze e recuperare il fenomeno dell’astensionismo giunto a dei livelli di guardia e per liberare la politica vera dal vincolo delle coalizioni prima, che bloccano la dialettica politica e la ingessano a logiche corporative ed assistenziali, non in grado di affrontare le riforme strategiche per lo sviluppo e l’ammodernamento del paese.
Le coalizioni si fanno dopo, in Parlamento, come prevede la Costituzione.
Che occorre introdurre la sfiducia costruttiva per rafforzare la stabilità del sistema di governo del paese. Che la scelta di creare un polo repubblicano, liberal-democratico, laico, azionista autonomo da destra e da sinistra rimane la scelta strategica per i prossimi anni, non possiamo avere giochi tattici che si prestano ad essere disponibili, a trattare prima, di stare con destra o sinistra, saremo o non saremo al governo in base ai programmi e alla forza che ci daranno gli italiani, se il nostro orizzonte rimarrà il governo dell’interesse generale saremo forza di controllo e di governo anche dall’opposizione, se le nostre proposte incideranno a livello programmatico ne terremo conto nel confronto post-elettorale sempre però sulla traccia degli impegni dell’agenda Draghi. Chi vuole le alleanze prima sta ancora nello schema destra-sinistra e perciò negativo per il paese perché rende protagoniste le estreme come dicono tutti i sondaggi. Svilupperemo nel paese politiche e dibattiti sui temi programmatici e culturali a cominciare da una riforma delle autonomie locali e società controllate cioè dal tempio dell’inefficienza e del clientelismo, che aggreghino forze nuove e omogenee ai valori del repubblicanesimo, del liberalismo e della liberal-democrazia creando un primo nucleo modello LDR, prima maniera, che ha un’unità di azione continuativa fin dal 1979.

Dei problemi internazionali e di riconoscimento nei valori di un’Europa politica e solidale, non parlo, dell’attaccamento ai valori occidentali e alla amicizia ad Israele come baluardo democratico in una parte del mondo ancora preda di dittature e fanatismo religioso, del vero pericolo rappresentato dalla Cina aggressiva e trasgressiva di ogni regola li enuncio come caratteristica storica della nostra tradizione e perché so che ne parleranno l’ambasciatore Sergio Vento, o Bepi Pezzulli. Il nemico vero delle libertà e delle conquiste occidentali sarà, anzi è la Cina e occorre tenerlo ben presente quando discuteremo delle politiche internazionali contro ammiccamenti che dai 5S al Vaticano si vanno ripetendo da un po’ di tempo.

Per concludere. Se la sinistra è incapace di farsi riformista e se la destra rimane localista, nazionalista o populista non c’è nessuna ragione perché si pensi che possono germogliare le idee repubblicane o liberaldemocratiche in questi progetti bipartitici o bipolari, è giunto il momento di provare a costruire un progetto di terza via, di terza forza soprattutto nell’ottica della costruzione dell’Europa politica. Mazzini ci provò nel 1846. Era il tentativo di opporsi al Manifesto comunista annunciato da Engels, ma anche di impedire che l’idea democratica degenerasse o rimanesse legata ad episodi negativi del passato in alcune repubbliche del Medioevo, o al terrore giacobino. Mazzini dice chiaramente che la libertà è solo un mezzo della democrazia, non il fine “il suffragio elettorale, le garanzie politiche, il progresso dell’industria, il miglioramento dell’organizzazione sociale, tutte queste cose –dice Mazzini- non sono la Democrazia, non sono la causa per cui ci siamo impegnati; sono i suoi mezzi, le sue parziali applicazioni o conseguenze. Il problema che vogliamo risolvere è un problema educativo, è l’eterno problema della natura umana, all’avvento di ogni era, a ogni scalino che noi saliamo, cambia il nostro punto di partenza, e un nuovo obiettivo, dietro a quello appena raggiunto, si apre al nostro sguardo”. Quindi, una concezione riformatrice in continua evoluzione che si prefigge il miglioramento dell’uomo. L’insegnamento di Mazzini, e di uomini della cultura liberaldemocratica come La Malfa Ugo, Gobetti, Croce, Salvemini, Spadolini, Einaudi, Giovanni Amendola, può essere per tutti i democratici, soprattutto per i giovani, un terreno unificante di educazione culturale universale e di lotta politica. Perché non provarci allora, perché gli eredi di quella tradizione liberaldemocratica che in Europa è già terza forza non devono provarci anche in Italia attraverso la Costituente di una federazione Europea liberaldemocratica riformista ELDR, poi ALDE, Renew Europe oggi? Allora proviamoci.

La registrazione integrale del convegno è disponibile cliccando qui.