È semplicemente impensabile che un’operazione di questa portata e in questo settore, regolato dal Golden Power, possa avvenire senza il coinvolgimento e il placet dei Governi di Italia, USA e Francia. Non a caso tutto questo avviene a breve distanza temporale dal G20 di Roma, dove ci sono stati i bilaterali Italia – USA e Italia – Francia. E alla vigilia della firma del Trattato del Quirinale tra Italia e Francia.

Dopo l’ok della Commissione Europea alla cessione del 50% di Open Fiber detenuto da Gruppo Enel rispettivamente a CDP (10%) e Macquarie (40%) – che significa: ritorno sotto il controllo pubblico diretto di una delle due principali infrastrutture nazionali in fibra ottica (CDP salirà al 60%); no alla Rete Unica sotto il controllo di un operatore tlc verticalmente integrato come è al momento TIM (in questo c’è la conferma della posizione dell’Antitrust europeo nella regolazione di questo settore) – e complice la difficoltà di TIM sui conti 2021 (ampiamente attesa), che ha fatto precipitare il corso delle azioni al minimo storico, il punto di atterraggio dell’accordo tra Paesi e Governi alleati sembra essere:

  1. riportare l’infrastruttura di accesso di TIM (Fibercop, dove KKR è già presente come azionista poco sotto il 40%) sotto il controllo pubblico (CDP) coinvolgendo investitori del principale Paese alleato;
  2. idem per TIM Sparkle, controllata totalitariamente da TIM, che gestisce un network in fibra ottica globale e, dunque, costituisce un’infrastruttura digitale strategica per l’Italia (e Israele);
  3. sfilare TIM al controllo di Bollorè (o comunque indebolirlo) atteso che in Francia sta pesantemente finanziando la campagna elettorale di Zemmour contro Macron.

Il ritorno sotto il controllo pubblico delle due principali infrastrutture di accesso tlc italiane è un fatto positivo: realizza lo stesso assetto che riguarda Terna e Snam Rete Gas nel settore dell’energia, dove CDP è azionista al 60%, e consentirà di indirizzare in modo efficiente l’impiego delle risorse che il PNRR mette a disposizione per lo sviluppo delle infrastrutture digitali italiane (poco meno di 7 miliardi).