E’ una prerogativa della repubblica democratica la contestazione delle misure del governo per le ragioni più varie. Se poi si tratta della vita quotidiana dei cittadini, è lecita ogni obiezione si voglia porre. Appare invece risibile, la similitudine che pure è stata fatta, in occasione della presentazione del decreto sul nuovo passaporto verde, fra il governo Draghi e quello precedente. Il governo Draghi interviene, a torto o ragione, sulla base di una valutazione scientifica quale il vaccino, quando il governo precedente adottava solo misure poliziesche. Sul vaccino la comunità scientifica si è espressa unanime, esso è efficace al ’90 per cento e riduce il rischio di sintomi gravi con controindicazioni irrilevanti. La discussione verte sulla durata della copertura, tra i sei e i nove mesi, c’è anche chi consiglia comunque di non superare i cinque, ma è probabile che sia difficile una stima esatta e che intervengano caratteristiche individuali, tali da consigliare una terza dose il prima possibile. E non c’è uno scienziato che dichiari la terza dose inutile.
Gli scienziati in Svezia invece si erano opposti al lock down, come per la verità anche altri di diversi paesi, a cominciare da quelli inglesi. Non è che sono solo scienziati Galli e Crisanti, ce ne sono anche nella vecchia Britannia, e persino fra i discendenti dei vichinghi. Questi erano preoccupati che il contenimento del virus lo modificasse. Il governo svedese ha dato retta ai suoi scienziati e non ha oggi particolari varianti che minacciano la popolazione, il governo inglese li ha cambiati ha adottato misure di contenimento ed è stato il primo a dover lottare con le varianti.
Il risultato dei vaccini è indubbio, la comunità scientifica sostiene che si sono salvate le vita di almeno 22 mila persone solo in queste ultime settimane in Italia. Il risultato dei lock down è per lo meno discutibile. L’Italia che lo aveva pure adottato con particolare rigore ha avuto centomila morti, il Giappone ne ha avuti ottomila. Si potrebbe dire che la popolazione italiana non è disciplinata come quella nipponica, e questa sarebbe una maggior ragione per evitare il lock down più che per imporlo, ma è probabile che i fattori di diversità siano altri. L’urbanistica giapponese è a prevalenza mononucleare e la sua società conta 4 milioni di disoccupati. L’Italia ha una struttura periferica prevalentemente familiare e conta dieci milioni di disoccupati. Per dire alla gente di stare in casa, occorre che la casa la si abbia, perché se vivi dai parenti, e i parenti sono numerosi, è probabile che i contagi aumentino comunque. Il governo precedente al governo Draghi è caduto appena voleva mandare i controlli nelle case in cui si pretendeva restassero chiusi i cittadini della repubblica. E meno male che è caduto.
Il rapporto Stato individuo è inevitabilmente complesso fin dalle società del seicento. Quando lo Stato deve intervenire sulla vita degli individui si espone se non a degli errori, necessariamente alle critiche. Un professore illustrissimo, quale Michele Ainis, con più competenza del professor Cacciari, ha messo in questione tutta l’architrave della costituzionalità dei provvedimenti presi nell’emergenza, a cominciare da quelli del governo precedente, che l’emergenza l’ha introdotta, mentre all’attuale governo non si può addossare questa responsabilità. Invece il governo Draghi ha offerto un modo di affrontare l’emergenza quale il governo precedente ignorava, ovvero la necessità di coinvolgere un’ampia maggioranza parlamentare. Tale ampia maggioranza, quella dei due terzi, è obbligata quando si tratta di modificare il sistema costituzionale, a maggior ragione dovrebbe esserlo, quando la costituzione la si sospende. Ed è preferibile sospendere la costituzione che alterarla o peggio alterarla e dire che è rispettata, come si esercitano pure a fare certi finissimi giuristi dallo spesso pelo sullo stomaco.
In ogni caso non si può imputare al governo Draghi nè di alterare, nè sospendere la costituzione a vantaggio esclusivo di una parte politica. E questa è la controprova di un governo repubblicano che persegue l’esclusivo interesse della nazione e non quello di coloro che ne partecipano.