C’è un episodio di Bertrando Spaventa che normalmente non si racconta. Lui, il filosofo star, sbertucciato come una Selvaggia Lucarelli qualunque. Anzi, persino minacciato di morte. Un uditore dell’anno accademico 1861-1862, ci racconta di un prete che tenne una predica per aizzare il popolo contro il filosofo: «I lazzaroni con le loro mogli e figli e figlie, armati di pistole, coltelli, pugnali e asce, un bel giorno hanno fatto incursione a centinaia nell’università, semplicemente per ucciderlo». Il prete, per la cronaca, fu punito dal governo regio. Ma le contestazioni continuavano. Le aule erano piene e i contestatori erano per lo più cattolici giobertiani che vedevano con preoccupazione la diffusione del pensiero hegeliano in Italia, di cui Spaventa con Augusto Vera era tra i massimi rappresentanti. Gli studenti lo adoravano. Con lui la filosofia diventava “quello che dovrebbe essere dai tempi di Fichte: vita, azione, carattere personale, vorrei dire religione del cuore e non una semplice occupazione mentale fra le altre”. 

Ma cosa c’era di così scandaloso in questo corso? Spaventa voleva dimostrare la cosiddetta circolazione del pensiero, in cui la tradizione italiana, questa la sua peculiarità, aveva una doppia caratteristica, quella di precorrere prima e nell’inverare poi le più importanti conquiste della speculazione moderna. ‘Precorrere’ perché Tommaso Campanella, Giordano Bruno e Giombattista Vico hanno anticipato rispettivamente il pensiero di Cartesio, Spinoza e Kant/Hegel essendo i primi a essersi occupati di soggetto, natura e storia. ‘Inverare’ perché di ritorno ci sono Kant ed Hegel nel pensiero di Galluppi, Rosmini e Gioberti.

Corrado Claverini, nel suo La tradizione filosofica italiana, un appassionante saggio pubblicato da Quodlibet, intelligente e documentato, può chiedersi, con la parole proprio di Spaventa: «Sono possibili, dopo il medioevo e ne’ tempi moderni, tante filosofie nazionali, quanti sono i popoli civili di Europa? O invece quelle che si dicono filosofie nazionali non sono altro che momenti particolari dello sviluppo comune della filosofia moderna delle diverse nazioni?». «La risposta fornita», ci dice Claverini, «è che la filosofia resta una e universale; mentre le varie declinazioni nazionali non sono altro che momenti particolari del cammino del pensiero nel suo sviluppo unitario. In altri termini, le varie filosofie moderne sono solo ‘stazioni’ di un unico processo attraverso cui si sviluppa il pensiero “nel suo corso immortale”». A rigore, solo nell’antichità si poteva parlare di una filosofia nazionale, perché caratteristica di contesti chiusi, come quello indiano o greco. Già Roma “assorbe, non esclude” le altre nazioni. 

I giobertiani no. I giobertiani credevano nel mito, molto diffuso nell’ottocento, dell’antiquissima italorum sapientia, un sapere tutto nostro, antico, immutato, che partiva almeno da Pitagora e che si manteneva orgogliosamente indipendente dalle filosofie straniere. Loro mai avrebbero potuto accettare la filosofia tedesca “nebbiosa e selvaggia, astratta ed oscura”.

Anche Giovanni Gentile, nota Claverini, ribadisce che la filosofia è “universale e internazionale in quanto filosofia e che filosofia non è in quanto nazionale”. Puntualizza però che “è innegabile che in ogni filosofia sia ravvisabile un carattere nazionale e che ogni filosofia, la quale sia cosa viva, debba averne uno”. Insomma, “è un assioma logico che l’universalità non è annullamento, anzi inveramento di tutte le determinazioni e “non c’è inno di poeta che suoni eterno, senza esprimere una situazione determinata, avvinta a circostanze affatto singolari, e quindi a un attimo eternamente fuggito”.

Per Benedetto Croce questo è un argomento dovuto al “bisogno di provocare un sospiro d’intenerimento e un empito di orgoglio negli uditori, che converrebbe concepire come disposti soltanto ad ascoltare parole di critica e di verità, e si ama invece immaginare come pile sovraccariche di elettricità nazionalistica, e l’insegnante come colui che debba provvedere ad accrescere la forza della carica e della scarica”.

Nel concetto di ‘storia’ in Eugenio Garin vi è “un’attenzione particolare per i ‘piccoli problemi’ – filosofici, morali, politici, civili – che sorgono dalla concreta situazione storica in cui i pensatori di volta in volta sono immersi. E non a caso: quella italiana è, per Garin, una filosofia a costante vocazione etico-civile”. «Accanto al tema ‘civile’ vi è allora un componente ‘tragica’ che attraversa l’intera storia della filosofia italiana da Petrarca a Machiavelli, da Leon Battista Alberti a Leopardi, fino a Rensi, Tilgher o Michelstaedter». Un paradigma ripreso da Michele Ciliberto e Massimo Cacciari. «Una linea in cui “prevale un timbro tragico” e che è “incentrata fin dall’inizio sulla consapevolezza del limite costitutivo e insuperabile della “condizione umana”, colto, e sottolineato, con occhio disincantassimo e con toni spesso affini, da pensatori di prima grandezza quale Alberti, Machiavelli, Sarpi o lo stesso Leopardi».

La brillante esposizione di Claverini si conclude con un quarto paradigma. Dopo Spaventa, Gentile e Garin, la nuova prospettiva analizzata è quella, piuttosto eterogenea, dell’Italian Thought, nato negli Stati Uniti (e poi diffuso anche in Canada) dopo la pubblicazione di Pensiero Vivente di Roberto Esposito, e la traduzione di autori particolarmente seguiti e apprezzati oltre oceano tra i quali Giorgio Agamben, Massimo Cacciari e Gianni Vattimo. «Tutto il pensiero italiano è stato un pensiero della vita nella sua tensione con la politica e la storia. La nostra non è stata né una filosofia della coscienza, come quella classica francese, né una elaborazione metafisica come quella tedesca. Ma non è stata neanche una filosofia della logica e del linguaggio, come nei Paesi anglosassoni. Non è stata un’analitica dell’interiorità, della trascendenza, delle strutture logico-linguistiche, ma un sapore della vita, del corpo e del mondo».