Il due dicembre del 1805, Bonaparte non ha ancora 35 anni. Aveva passato la notte su uno sgabello. Tornato da una ricognizione alle linee nemiche, a momenti una pattuglia cosacca lo prendeva prigioniero, trova il suo domestico addormentato nel letto imperiale. Il letto se l’era portato dalle Tuileries su un carro, ma mai avrebbe svegliato chi passava la giornata a tenergli in forma gli stivali.
Ora che anche il presidente francese Macron ha ricordato con commozione il sole di Austerlitz nell’anno del bicentenario della morte di Bonaparte, non si può dimenticare l’ultima vittoria di un esercito ancora repubblicano. Bonaparte ha perso Carnot dimessosi da ministro della guerra, cinque anni prima. Carnot non condivise il colpo di Stato di Brumaio e ciononostante Bonaparte lo richiama. Ma quello, per quanto tenesse a restare in politica e fosse un artista della guerra, non ne vuole sapere dell’impero. L’addio è stato cordiale e fermo. Il vecchio convenzionale, ha dieci anni almeno più di Napoleone, e il primo Console, si specchiano uno nell’altro. Bonaparte dovrà superarsi per ovviare. Riforma l’esercito, si inventa nuovi reparti, accentra il comando. Ma i soldati, quelli sono gli stessi che Carnot ha guidato a Wattignies, il frutto dell’amalgama. I borghesi, come Lannes e Soulth, i nobili, Davout e quel pazzo di Lasalle. Contro si ritrovano aristocratici presuntuosi che credono di aver assimilato le tattiche di Bonaparte, senza mai averne colto il genio, dediti ad ubriacarsi persino sotto le cannonate. In tutto l’esercito alleato solo un militare della vecchia scuola era all’altezza, il russo Kutuzov che consiglia subito la ritirata. Il rapporto di forze è due ad uno, 80 mila gli austro russi, 40 mila i francesi e Kutuzov non ha dubbi. Vuole ripiegare in attesa di rinforzi. La proposta indigna lo zar Alessandro, sconcerta Francesco I mentre i giovani comandanti austriaci vogliono vendicare immediatamente la disfatta di Ulma. Bonaparte allora ancora immaginava gli istinti del suo nemico meglio di quanto conoscesse il campo di battaglia. Lancia l’esca. Un battaglione di Kellerman allo scoperto ed impone alla cavalleria mamalucca, la più coraggiosa di tutto l’esercito, di simulare un atto di panico. Gli austriaci esultano, avanzano, scoprono il centro del loro schieramento, si trascinano dietro i russi e finiscono in trappola.
Quando il sole dissipa le nebbie c’è per tutti quelli una sola via di fuga, gli stagni ghiacciati. Bonaparte ne ha già tastato la consistenza con la punta della spada. Poche cannonate per far affondare i resti nemici miseramente. Ai due vecchi imperi umiliati serviranno dieci anni per riemergervi.
E’ Lannes carico di bandiere prese al nemico a fare la richiesta all’imperatore. Cantare la “Marsigliese”, abbandonata dai tempi di Marengo. Napoleone impallidisce, si chiude nel silenzio, guarda la truppa. Poi decide, “si fatela cantare se la sono meritata”. Impresa davvero impossibile per un esercito nato e rimasto repubblicano sostenere una politica imperiale. A Waterloo, di tutti quei soldati che cantavano un’ultima volta la Marsigliese, non ne resta quasi più traccia.