Bisogna avere un senso di riconoscenza nei confronti di Antonio Polito che ha ricordato in un suo articolo de “il Corriere della sera” di venerdì scorso un’opera di Benjamin Constant del 1796, “La forza del governo attuale della Francia e la necessità di riallinearsi” (traduzione libera, le versioni italiane che conosciamo sono discutibili). A onor del vero non ricordavamo un articolo di giornale dove si esaminasse il pensiero di Constant dall’agosto del 1980. François Furet per “le Monde”. Fa piacere riscontrare ancora tanta erudizione ai tempi nostri. Si ha sempre il dubbio che esaminare la storia recente con gli occhi del passato sia opera vana, ma perlomeno si esprime un intento morale. Questo, quando esaminare il passato con gli occhi di oggi, rischia solo di non farne capire niente.

Constant è un caso limite, si tratta dell’unico autentico teorico del Termidoro. Svizzero, nobile. educato ad Oxford arriva in Francia nel 1796. Molto ambizioso, intimo di madame de Stael, ritiene di poter coniugare le istanze della rivoluzione in una dottrina che le stemperi tutte. Traumatizzato dal Terrore, di cui pure non ha esperienza, difende il sistema politico termidoriano, cercando di individuare un principio che lo sottragga alle passioni della piazza. Lasciamo perdere “la volontà generale” citata da Polito, Constant è il primo a definire un’astrazione quella che è una semplice negazione. La volontà generale non è particolare, non è alienabile, appartiene al popolo, non corrisponde mai a quella della maggioranza. Parliamo invece di cosa Constant proponga. Egli è il campione del liberalismo sperduto impigliato in un tragico dilemma. Le fazioni che dilaniano la Francia ne promettono la rovina. Per questo vorrebbe sostenere chi domina le fazioni, non fosse che Bonaparte gli pare anche peggio.

A differenza di Constant, Polito riconosce nelle fazioni il sale della democrazia. Basterebbe dunque temperarle perché troppo sale, scrive, disgusta il palato. L’occasione è il voto sul capo dello Stato. Si scelga una personalità super partes, all’altezza del compito. Per riuscirvi le fazioni dovrebbero rinunciare alle loro prerogative. Ne saranno mai capaci?
Questa la domanda che Polito lascia aperta. Nel caso non vi riuscissero, ecco la soluzione che pure Constant non amava, ovvero l’elezione diretta del capo dello Stato. La soluzione presidenzialista impoverirebbe le fazioni del loro peso.

Resta l’esempio di Constant. Appena scritto nel suo ultimo libro che l’autoritarismo era come l’anarchia, siamo nel 1815, corse alla corte di Napoleone tornato in Francia nei cento giorni. Un bello sciocco, se questo gesto così contraddittorio, sarebbe dovuto servire a promuoverne la carriera. Altrimenti, il corso delle sue idee lo condusse all’inevitabile. Il giacobinismo era pur sempre preferibile alla restaurazione.
Anche se si parla di un’altra e lontana epoca, verrebbe da chiedersi, se le opzioni disponibili siano simili. Comunque non preoccupatevi, in nessun caso l’elezione di Berlusconi tornerebbe utile.