Io con i videogiochi sono cresciuto. Non con gli sparatutto, mai sopportati. Mi piacevano soprattutto i giochi di ruolo, ma le avventure ancora di più. Monkey Island, King’s Quest. Il trionfo della Necessità. L’unica libertà era quella di non averne, tutto era previsto nello script, ogni mossa, ogni battuta, ogni errore di Guybrush Threepwood era un futuro già scritto dalla LucasArts. Così viene facile chiedersi: e se fosse anche la vita così? Qualcosa di simile a un videogioco?

Giovanni Balducci si incarica di accogliere la domanda in tutta la sua serietà nel suo lavoro La vita quotidiana come “gioco di ruolo” (Mimesis), facendo suo il lavoro del sociologo Erving Goffman che ha tanto indagato l’intersoggettività. «Secondo Goffman le ‘interazioni’ tra ‘attori sociali’ danno vita ad un ‘gioco di rappresentazioni’ che non rende mai, in nessuno, in nessuna circostanza sociale, l’ ‘identità’ piena e reale di un individuo, tant’è che si potrebbe definire l’ ‘io sociale’ come l’insieme delle rappresentazioni pubbliche di se stesso. Ogni ‘interazione sociale’ avrebbe, per sua natura, un carattere strategico: far trapelare attraverso la comunicazione solo l’immagine desiderata di sé più confacente alla situazione, a che l’ ‘attore sociale’ possa vedersi riconosciuta una identità sociale quanto più conforme alle proprie ambizioni e alle aspettative sociali. Goffmann si spingerà addirittura a dire che “come attori siamo dei trafficanti di moralità”. Tali ‘recite sociali’ avvengono per cui secondo copioni (‘script’) e utilizzando una maschera  per rivolgerci al pubblico, che col tempo verrà ad assumere i tratti più stabili di faccia (‘face’), immagine proiettata dal self e formata da attributi socialmente approvati. Una mancata riuscita della ‘recita sociale’ significa per cui ‘perdere la faccia’, e ciò oltre ad essere fonte di vergogna […] comporta una diminuzione della possibilità di effettuare previsioni circa il proprio ‘ruolo’ all’interno delle relazioni sociali. Nei casi in cui la rappresentazione di un attore infrange l’ordine sociale è altresì possibile notare come, in molti casi, sia da parte sua, per esempio chiedendo scusa, che dei suoi stessi interlocutori, siano posti tentativi di ristabilire l’ordine e il normale gioco dei ruoli: è il caso di chi commetta una gaffe durante una cena formale e si veda aiutato dagli astanti a rimediare alla ‘brutta figura’ con minimizzazioni dell’accaduto».

L’autore si sofferma anche sul soggetto inserito in quelle che Goffman definisce “istituzioni totali”. «Quello di Istituzioni totali è un concetto che il sociologo canadese delinea nel saggio Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, del 1961, introdotto in Italia dallo psichiatra Franco Basaglia, colui il quale avvierà la deistituzionalizzazione dei malati psichiatrici nel nostro Paese, ottenendo nel 1978 la chiusura dei manicomi, sostituiti da strutture quali i centri di igiene mentale, in cui si cerca di curare i degenti in maniera tale da non giungere ad episodi, prima all’ordine del giorno, di umiliazione e spersonalizzazione del paziente. […] Oltre ai manicomi Goffman inserirà nel novero delle ‘istituzioni totali’ case di riposo per anziani, campi di prigionia, carceri, caserme militari, collegi/riformatori, conventi; istituti che condividono le medesime caratteristiche che permettono di distinguerli dalle normali ‘istituzioni sociali’, identificabili nell’allontanamento o esclusione del soggetto ospite dal resto della società, nel controllo effettuato ‘dall’alto’ sui soggetti sottoposti da parte di un apparato amministrativo di tipo centralissimo, nonché in un rigido formalismo delle dinamiche interne. L’aggettivo ‘totale’ […] sta ad indicare l’ampiezza e la profondità della coercizione che l’istituzione effettua sugli individui».

Ma il Potere, conclude Balducci, non è qualcosa che ha a che vedere solo nella sua classica accezione giuridico-politica, ma anche in quella sociale-relazione di creatore di significati sociali e di etichette, con relativa stigma e sanzione sociale. «Quante volte ci sarà capitato di sentire un miserabile che vive non già di furti ma di espedienti, che è un ‘balordo’, e di un ricco industriale che evade il fisco che è un ‘eroe che si oppone all’ingiusto sistema tributario dello Stato’».