E’ di questi ultimi giorni, la rinnovata minaccia di tagliare le forniture di gas all’Europa da parte del Presidente bielorusso Lukashenko che, in un’intervista radiofonica ad un’emittente turca, rilanciata poi dalla Reuters, ha nuovamente scagliato i suoi strali contro l’Occidente cinico e baro, colpevole di inasprire le sanzioni politico-economiche nei confronti della Bielorussia.

Le sue esternazioni in tal senso non sono appunto nuove, visto che già nello scorso mese di novembre si era espresso in analoghi termini, venendo smentito a stretto giro dal suo manovratore, neanche troppo occulto, Vladimir Putin, nel più classico degli schemi “poliziotto buono-poliziotto cattivo”.

In una congiuntura che vede l’Europa, alle prese con le impennate nei prezzi dell’energia e dinanzi ad una Federazione Russa che erode sempre più sovranità al piccolo fratello bielorusso, la mossa di Lukashenko appare sostanzialmente velleitaria ed inefficace: lungi dall’ottenere un allentamento delle sanzioni, rischia di ridurre ancora di più il suo già esiguo spazio di manovra.

Le due armi asimmetriche recentemente utilizzate dal leader bielorusso, vale a dire l’utilizzo della pressione migratoria ai confini con Polonia e Lituania e la “weaponizzazione” (la trasformazione in arma di pressione) delle fonti energetiche, sono tatticismi di corto respiro che fanno il gioco del Cremlino, più che quello di Minsk.

Nel corso degli ultimi anni la strategia di Lukashenko è stata quella di barcamenarsi tra Russia ed Occidente, cercando di trarre più vantaggi possibili dall’alterna vicinanza ora all’uno ora all’altro attore.

Per un certo periodo il pendolino bielorusso ha funzionato egregiamente ma ha iniziato a deragliare nell’estate del 2020: infatti, a seguito delle contestate elezioni presidenziali d’agosto, le affollate manifestazioni di protesta nelle strade di Minsk sembravano il preludio ad una rivoluzione “colorata” in salsa ucraina.

Così poi non è stato, anche grazie al robusto puntello offerto da Mosca, che ha colto l’occasione per penetrare ancora di più nei gangli dello Stato profondo bielorusso e per acquisire ulteriori porzioni dal comparto produttivo del junior partner slavo.

Da quel momento Lukashenko ha perso la sponda occidentale e semmai avesse avuto qualche minima chance di riavvicinarla, le successive azioni politiche, in parte teleguidate dal Cremlino, hanno scavato un fossato che al momento appare incolmabile, spingendolo ancora di più tra le braccia della madre Russia.

L’uso della bomba migratoria non servirà a Minsk per ottenere l’alleggerimento delle sanzioni e nemmeno per ottenere finanziamenti dall’UE, come invece accade per la Turchia di Erdogan; allo stesso modo, la minaccia di tagliare le forniture di gas non porterà nulla a Lukashenko ma è piuttosto funzionale agli scopi russi.

Infatti in tale scenario, il Presidente russo Putin, una volta affidato il “lavoro sporco” all’ormai screditato Lukashenko potrà porsi come ragionevole mediatore tra le parti, chiedendo in cambio all’Europa, letteralmente alla canna del gas, due contropartite: la prima, riguarda il gasdotto North Stream 2, mentre la seconda attiene alla questione ucraina.

Il Nord Stream 2 è ormai completato ma l’entrata in funzione è bloccata da un problema di ordine burocratico, sollevato dall’autorità tedesca di regolamentazione del mercato del gas: pare che la russa Gazprom debba costituire una società di diritto tedesco, sul suolo della Repubblica federale, prima di poter ottenere la formale autorizzazione ad operare.

Non sembra, a ben vedere, un ostacolo insormontabile, nonostante le fresche dichiarazioni della neo-ministra degli esteri tedesca, la verde Annalena Baerbock, secondo la quale il North Stream 2 non soddisferebbe i requisiti giuridici dell’UE relativi al settore energetico.

L’altro dossier sul quale Mosca punta la quota maggiore delle sue fiches è quello ucraino: le recenti manovre di truppe russe ai confini con Kiev sono dimostrative e non preludono per il momento ad alcuna invasione; quel che conta per Mosca è l’implementazione dei c.d. “accordi di Minsk” che giacciono da anni nel congelatore.

Se Mosca riuscisse a farli applicare compiutamente, ciò condurrebbe alla “finlandizzazione” dell’Ucraina, che dovrebbe dichiararsi militarmente neutrale rispetto al blocco Nato; condurrebbe inoltre al riconoscimento per via costituzionale delle repubbliche separatiste del Donbass, come entità interne dotate di larga autonomia, traducendosi pertanto in un cuneo filorusso istituzionalmente legittimato.

I venti che spirano ultimamente a Kiev, provenienti da ovest, non promettono nulla di buono per il Presidente ucraino Zelensky se si guarda alle recenti dichiarazioni del Segretario di Stato americano Anthony Blinken che, durante l’ultimo summit dell’Osce, ha pubblicamente caldeggiato l’applicazione degli accordi di Minsk.

Se Minsk piange, Kiev non ride.

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