Tutti noi abbiamo amato un personaggio come Meursault, il protagonista de Lo Straniero di Albert Camus, e lo abbiamo amato perché perché abbiamo visto nella sua condizione, quella di abitare nell’assurdo, al chiuso di un’esistenza che è sempre uguale, la condizione senza aperture dell’uomo moderno. È persino inutile mandare a processo un uomo così, perché è vittima in realtà, non carnefice. Vittima della finitezza a cui sente di non appartenere, quella finitezza piena di nostalgia a cui ci ha condannato l’esistenzialismo, e in qualche modo già Kant. Fermati all’esperienza e oltre non andare, ha detto più o meno alla nostra ragione. «Il rimedio proposto da Kant è il rimedio del medico che prescrive allo stomaco travagliato da una digestione faticosa di astenersi da ogni cibo. Nei due casi si ha lo stesso risultato, la negazione della vita, nell’uno della vita organizza, nell’altro della vita e della ragione».

Il 2021 è stato l’anno di Augusto Vera (1813-1885). Prima, per Mimesis, la pubblicazione di Introduzione alla filosofia di Hegel. Poi, per Inschibboleth edizioni, questa ricca edizione critica, curata da Giacomo Petrarca, di La Fenomenologia dello Spirito di Hegel. «Kant ragiona, in fondo, come quell’astronomo, anch’egli un empirico, che diceva aver invano cercato Iddio in tutta la distesa de’ cieli. Per rinverdirlo da d’uopo saper come cercarlo, e cercarlo ove può essere. Se cerco l’animale nella pietra, o il pensiero nel cervello, certo non ve li troverò. In simil guisa, se formandomi un falso concetto dell’ente perfetto, falso appunto perché muovo dal sensibile qual criterio della verità, cerco l’ente perfetto nel mondo sensibile, avrò un bel cercare, vane saranno, perché debbono esserlo, le mie ricerche. E qui già si scorge come l’empirico non pensi le cose secondo la loro natura, ma in modo arbitrario e artificiale, e come, per ciò appunto che non pensa le cose secondo la loro natura, ma in modo arbitrario e artificiale, non possa neppure rettamente intendere quello ch’egli pone a norma della verità, il fatto, cioè, e l’esperienza».

L’esperienza è fenomeno, ma colto nella sua unione con lo spirito. «La ragione della visione non è né l’occhio né l’obbietto dall’occhio percepito, ma quel principio, quella energia, per dirla con Aristotile, che unifica, e per cui sono fatti l’occhio e il suo obbietto. La ragione, e quindi anche l’esperienza della vita non è l’anima né il corpo, ma la loro unità, onde, quando mi sento vivere, lo sento mediante e in questa unità. E lo stesso dicasi di ogni cosa, perché ogni cosa ha la sua unità, quella unità che costituisce la sua natura ed energia specifica ed in cui i suoi vari elementi, le sue differenze, sono ad un tempo unite e specificate».

La Fenomenologia dello Spirito è l’esperienza che la coscienza fa per scoprirsi spirito, è la scienza dell’esperienza. La ‘mente che conosce’, non l’intelletto, che fissa, determina, ma quella capace di “unire unificando”. Altrimenti si fa la fine degli empiristi, ti trovi cose di qua e di là che non sai mettere insieme, e non lo sai perché non puoi, sei un figlio minore di Giorgio Parisi, puoi vincere tutti i Nobel che vuoi ma partendo da lì, da quei mattoncini uno accanto all’altro, indipendentemente dal loro ordine e dal loro caos, avrai una “mente folle”, perché sarà sempre un mischiarsi alla rinfusa, “con tendenze, con fini e risultati diversi e inconciliabili”. «La mente caduta in tale stato non è la mente degli eroici furori di Bruno, la mente che appunto il furor dell’unità incita e infiamma».

E in questo dialogare con il dibattito filosofico del suo tempo Vera si appassiona, dialogando con Hegel, interrogandolo, spiegandolo. Perché alla fine ha ragione Heidegger. Dopo Hegel ci si è affrettati a congedarlo, o riformarlo. Si trattava in realtà di capirlo.