Non è sufficiente avere o pensare uno Stato. Quel che è importante è pensare alla sua unità. Se l’unità non c’è non possiamo nemmeno parlare di Stato, uno Stato è tale di nome e non di fatto, di fatto è un’entità caotica in cui lottano fazioni opposte che al massimo possono stringere accordi contro i rivali per temporanee alleanze. Per Platone, Aristotele, è la politica che deve gestire e risolvere il confronto tra diversi (gruppo, interessi, valori, progetti). È la stabilità de De Repubblica di Cicerone. «Scorriamo in avanti di altri due secoli e arriviamo al 1748, anno in cui viene pubblicato Lo spirito delle leggi di Montesquieu. Nel testo di riferimento di tutto il pensiero giuridico e politico contemporaneo, l’equilibrio fra sistemi viene ricontestualizzato come equilibrio tra poteri.Il principio guida degli Stati liberi, dunque, fra cui si presume sia compreso il nostro, è la resistenza che ciascuno dei poteri in esso presenti oppone agli eventuali abusi di ciascun altro», annota Ermanno Bencivenga nel suo ultimo libro, La Grande Paura, Gingko edizioni.  Filosofo kantiano, studioso della Logica di Hegel, Bencivenga si è impegnato sul fronte della comunicazione culturale sin dagli anni Ottanta. Qual è la questione? È che per lo Stato inteso à la Mazzini (cioè à la Hegel), l’armonioso equilibrio delle soggettività libere “non si tratta solo dei classici tre poteri evidenziati da Montesquieu, ma degli innumerevoli piccoli e grandi poteri, piccoli e grandi interessi che si confrontano nello Stato, di cui l’Assemblea di Atene ci offriva un’incisiva immagine – poteri e interessi che, se pure rinunciano a gridare più forte del vicino per farsi sentire, non devono rinunciare a dire la propria nella conversazione comune. I poteri e gli interessi, per noi, di imprenditori e lavoratori dipendenti, di impiegati pubblici e privati, di grande distribuzione e commercio al minuto, di turismo ed ecologia, di cultura e intrattenimento, di studenti e insegnanti. Ciascuno deve dire la sua ed essere ascoltato; ciascuno deve esercitare resistenza perché gli altri non prevarichino». Quando la resistenza viene meno, il rischio è la tirannia.

«Una delle cose che più mi hanno sconcertato, nella fase iniziale della pandemia, è una battuta che era comune a molti. Sì, certo, dicevano: i lockdown e le altre violazioni delle nostre libertà costituzionali creano enormi difficoltà per l’economia, per le famiglie, per la scuola, per le istituzioni e attività culturali, per i riti religiosi; ma abbiate pazienza. Prima debelliamo il virus e poi riprenderemo in mano quegli altri affari; ritorneremo alla “normalità”». A distanza di quasi due anni, la battuta si è rivelata mendace. «La normalità è un traguardo che si allontana sempre più, fino a scomparire all’orizzonte, e un nuovo stato di cose, in cui quegli altri affari verranno radicalmente riconfigurati, diventa sempre più probabile. Ma, indipendentemente da come in futuro andranno le cose, quella battuta, allora, era funesta. Niente di male che qualcuno la pronunciasse (si dice di tutto, ed è bene che si dica di tutto); ma molto male quando diventa il senso comune (ricordiamo Manzoni: “il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”). Quando ciò accade, riflettevo, è la fine della politica: dell’inesauribile negoziato tra diversi, dell’incessante tentativo di trovare un equilibrio fra le loro richieste, che è la politica. Il tessuto della nostra vita comunitaria, del rispetto che dobbiamo, ciascuno, alle priorità altrui, non può reggere a queste arbitrare interruzioni. Quando se ne ammette una, per qualsiasi ragione, quando la politica è sospesa e sale in cattedra un potere che nessun diverso potere è in grado di arrestare, il ‘sistema’ ha fallito e la resistenza, incapacitata nelle sedi istituzionali, deve trovare altre strade». 

«Un’altra turpe battuta ha circolato in questo periodo», annota Bencivenga. «Che chiunque contrastasse le misure liberticide del governo fosse un “negazionista”. Turpe perché equiparava a bella posta gli avversari agli autentici negazionisti, per cui il termine era stato coniato: gli individui abietti che negano l’esistenza dei Lager nazisti. Al di là dell’ovvio, iperbolico scarto di proporzioni, lo stesso uso del verbo “negare” è scorretto e tendenzioso. Non escludo che qualcuno abbia creduto, forse ancora creda, che il virus non esista; ma si tratterebbe al massimo di un’esigua, insignificante minoranza. Per il resto, nessuno nega che abbiamo a che fare con un grave morbo. Ma, anche se il morbo fosse più grave, la politica non può fermarsi per questo: deve comunque essere aperto un tavolo dove gli interessi di chi vuole curare e debellare il morbo si confrontino con quelli di tutti gli altri. […] Non stiamo giocando a briscola, dove anche il due del seme privilegiato l’ha vinta sull’asso di un altro seme. Stiamo “giocando” a costruire una casa comune, in cui tutti devono sentirsi rappresentati: qualcuno dovrà stringersi un poco per fare posto ai compagni, o dovrà trovare un compromesso. Chi fa la voce grossa e crede così di averla vinta lo metteremo in castigo; ma saremo lieti di liberarlo appena smetta di fare il prepotente. Se così saranno le cose, la nostra casa sarà salda e stabile come la repubblica romana». In questa pandemia ha prevalso un atteggiamento religioso, si è interrotta la politica come dialogo, si è affermata la fede. Nella Scienza.

Ora, nessuno ce l’ha con la scienza empirica. Solo che nella propaganda, e in certo modo talebano di diffondere il Verbo, si è diffusa la superstizione che la Scienza empirica sia il luogo anapodittico del Sapere, là dove riposa la verità ultima e definitiva. L’errore non lo fanno gli scienziati, l’errore lo commette beninteso chi li chiama a ricoprire un ruolo che non possono avere. È come chiamare me al posto di Brad Pitt in una cena che conta. Non sono sbagliato io. È sbagliato l’invito. Se mi inviti vengo a mangiare, ci mancherebbe pure. Una teoria scientifica può essere falsificata, se le sue ipotesi vengono contraddette, ma non può mai essere verificata: nessun insieme di dati feritativi o sperimentali potrà mai stabilirne con certezza la verità.

E Bencivenga si sofferma con chiarezza anche su questo aspetto, su cui siamo tornati parecchie volte, avendoci anni fa anche dedicato un libro, significativamente intitolato I passi falsi della scienza. «Avventurosi erano i cavalieri erranti, percorrevano un’Europa infestata da pericoli e misteri e scoprivano draghi e principesse, che poi magari si rivelavano essere servette e mulini a vento. Facevano insomma molti errori, ma non per questo erano erranti, lo erano perché gironzolavano, vagabondavano senza meta (come i flâneur di qualche secolo dopo, e come Leonard Mead). Non arrivavano, perlopiù da nessuna parte; ma c’è un modo migliore di imparare a conoscere un territorio in partenza ignoto che errare come loro? La scienza fa tesoro di questa tattica: girovaga ovunque, rovista in ogni angolo, prende spesso clamorosi abbagli e intanto si orienta, e ci aiuta a orientarci, nel territorio della nostra esperienza. L’errore è dunque componente essenziale e inevitabile dell’avventura della scienza. Questa è la realtà della scienza: un gioco ubriacante di intrepide invenzioni e scommesse luciferine (Faust docet) che, a costo di rischi enormi, ci dà le migliori speranze di migliorare le nostre condizioni di via. Ma a questo gioco e a queste speranze bisogna aderire con discrezione, con umiltà, consapevoli dei rischi, degli errori passati e dei probabili errori futuri; bisogna esercitare infinita cautela prima di emettere un verdetto, e anche dopo averlo emesso rimanere aperti al dialogo con chi la pensa diversamente e ci offre così le migliori opportunità di cogliere la pagliuzza, o la trave, che ci sbarra la vista».