I partiti che si preparano ad eleggere il capo dello Stato già dal prossimo 24 gennaio farebbero bene ad iniziare una riflessione riservata e particolarmente severa. Essi sono certo liberi di non far coincidere la maggioranza di governo con quella del voto sul Quirinale. Nel qual caso stabilirebbero anche un limite istituzionale all’azione del governo, le cui conseguenze nessuno sarebbe oggi in grado di valutare. Va da sé infatti che la maggioranza di governo si riconosce pienamente nel capo dello Stato e quando questo non è successo, con le presidenze Scalfaro e Napolitano, la legislatura si è trovata presto compromessa.

Ammettiamo dunque che i partiti della maggioranza riescano ad accordarsi tra loro su un nome. In questo caso occorrerà una personalità di alto profilo, altrimenti l’insieme degli italiani potrebbe non riconoscervisi. Essi sono abituati a eleggere direttamente il sindaco, il presidente di Regione, si sono illusi di eleggere il capo del governo, non capiscono più perché non possano eleggere anche il presidente della Repubblica. Se i partiti chiamati a farlo non sapessero andare incontro alle loro aspettative, si aprirebbe uno scollamento grave tra i sentimenti della popolazione e i rappresentanti dello Stato, tale da poter avere ripercussioni e conseguenze a dir poco preoccupanti.

Facciamo infine conto che l’unica personalità corrispondente all’unità della maggioranza ed al compiacimento del paese, fosse la stessa di Draghi. In questo caso non sarebbe affatto detto che il suo successore a Palazzo Chigi riuscisse comunque a tenere salda una maggioranza che si fosse così dimostrata tanto legata al nuovo capo dello Stato. O per lo meno, servirebbero dei poteri esercitati da parte del Quirinale a sostegno del prossimo governo che la costituzione non permette e non prevede. Soprattutto, e questo è il punto più delicato, l’anno appena aperto, vedrà la necessità di concretizzare per l’Italia il Pnrr insieme all’esigenza di rimborsare i primi prestiti ottenuti dall’unione europea. Draghi servirebbe quindi alla guida del governo più domani, di quanto lo sia stato già ieri, considerato anche che l’Unione europea potrebbe non capire come l’Italia abbia deciso di cambiare presidente del Consiglio in una congiuntura così delicata.

Questo appena abbozzato è solo il complesso schematico del problema che si presenta al corpo elettorale convocato in seduta congiunta dal presidente della Camera. Vi sono poi altre varianti da considerare ulteriormente, tali che il nostro spassionato consiglio alla classe politica che dovrà compiere questo passaggio cruciale è fin da ora, di non cambiare niente. Anche se si tratta di forzare la volontà intima del presidente Mattarella, cosa che dispiace davvero, come dispiacerebbe forzare quella di Draghi, l’unica sicurezza che si possa dare all’Italia è che ciascuno di loro resti al suo posto sino al termine della legislatura.