Il “sapore dell’Islam è inconfondibile su qualunque cosa abbia toccato” (Gustave von Grunebaum)

Il Corano proibisce ai musulmani di mangiare, bere, fumare o avere rapporti sessuali durante le ore diurne del mese di Ramadan. Ma il Corano non dice nulla sugli aspetti del Ramadan del XXI secolo: orari d’ufficio ridotti, feste serali, pasticcini natalizi, programmi televisivi speciali, vacanze in Paesi con regimi meno rigidi o fughe in climi più freschi, con luce diurna più corta. Il Corano dice ancora meno riguardo “all’effetto del Ramadan sulla vendita al dettaglio” e sulla salute. Il direttore dell’Emirates Diabetes Society osserva che il digiuno induce a una diminuzione dell’esercizio fisico tra i musulmani praticanti, e a ciò si aggiunga che nelle sere di festa essi “tendono a mangiare troppo quando interrompono il digiuno” e in generale sono dediti al consumo di “cibi pesanti e grassi ad alto contenuto di calorie”. Così in un sondaggio saudita, il 60 per cento degli intervistati ha riferito di un eccessivo aumento del peso dopo il Ramadan.

Nessuno di questi costumi moderni è un obbligo religioso, ma tutti seguono logicamente le regole dell’Islam. L’insieme costituisce l’esperienza vissuta del Ramadan. Come suggerisce questo esempio, se l’Islam tende a essere visto in termini di testi e precetti, è anche qualcosa di molto più ampio, un mix di tradizioni e innovazioni che costituiscono la civiltà dell’Islam.

 

Islamicate

Negli anni Sessanta, lo storico  Marshall G.S. Hodgson ha coniato il termine Islamicate per descrivere questo fenomeno più ampio. In questa definizione, Islamicate si riferisce non direttamente alla religione islamica in quanto tale, ma al complesso sociale e culturale storicamente associato all’Islam e ai musulmani sia tra i musulmani sia tra coloro che non lo sono.

Hodgson ha modellato il binomio “Islam-Islamicate” su “italiano-Italianate”. Questo concetto contribuisce notevolmente a comprendere il sottile impatto dell’Islam sulla vita quotidiana.

Le attitudini e le pratiche che riguardano gli aspetti culturali in senso ampio delle società (Islamicate) hanno tre fonti principali: il Corano e gli hadith (la vasta raccolta di detti e fatti attribuiti al Profeta Maometto), che danno ingiunzioni generali, come quello di fare la carità o trattare i cani come esseri impuri; le “precauzioni” (ihtiyat), che riducono i rischi di trasgressione involontaria aggiungendo delle prescrizioni secondarie. Ad esempio, il burqa (un indumento che nasconde tutto il corpo)  riprende un ambiguo  versetto coranico (24:31) sulla pudicizia femminile e, per sicurezza, trasforma le donne in tende mobili, infine, una mentalità generale può diventare una pratica standard. Le esortazioni coraniche sulla superiorità dei musulmani sui non musulmani hanno finito per essere integrate nello status di dhimmi, una cittadinanza di seconda classe accessibile agli ebrei e ai cristiani che riconoscono il dominio musulmano.

Le attitudini e le pratiche che riguardano gli aspetti culturali in senso ampio delle società (Islamicate) combinano le leggi islamiche astratte (la Shari’a) con la pratica musulmana quotidiana. In altre parole, le esigenze formali della religione si limitano a fornire la base ristretta di un insieme molto più importante di attitudini e pratiche che offre ai dettami dell’Islam un’estensione imprevista, accidentale e talvolta sorprendente.

Così, il pellegrinaggio annuale alla Mecca, l’hajj islamico, si è trasformato in un luogo di incontro unico che fungeva da punto di interscambio per i musulmani. Tali scambi potevano riguardare le idee, come nel XVIII secolo, quando le opinioni islamiste si diffusero dalla Mecca in Marocco, in Africa occidentale, in Libia, nell’India nordoccidentale, in Bengala, in Indonesia e in Cina. Poteva trattarsi di scambi commerciali, ad esempio, di beni di lusso come l’avorio o piante come la gomma e il riso. Infine, può anche riguardare malattie come la  meningite, la piodermite, la diarrea infettiva, le infezioni delle vie respiratorie e la poliomielite.

Il divieto coranico delle rappresentazioni artistiche delle forme umane ha portato allo sviluppo di motivi artistici basati sulle figure vegetali e geometriche e sulla scrittura araba. Il risultato è uno stile discreto e riconoscibile. Se si sfoglia casualmente un libro che illustra tesori artistici provenienti da tutto il mondo, osserva lo storico George Marçais, intuitivamente si rileva che opere realizzate dai musulmani come un pannello murale della Spagna, un Corano illustrato dell’Egitto o una ciotola di rame incisa in Iran, condividono alcune caratteristiche comuni: “Senza essere in grado di identificare in quale Paese sia stato realizzato uno di questi manufatti, non si può pensare per un solo istante di attribuirli a un luogo diverso dal mondo musulmano”.

In tutto il mondo, l’alcool viene consumato per festeggiare, consolare o distrarre; ma i musulmani, a causa del divieto islamico di consumare bevande alcoliche, si sono rivolti invece al suo equivalente non inebriante, lo zucchero. Pertanto, il consumo di zucchero tra i musulmani tende storicamente  ad essere elevato.  Come rileva  Josie Delap:

«Se non è possibile farsi dei drink a Dubai, si può andare in un milk bar e sballarsi tracannando un intruglio fatto di gelato al cioccolato. Dopo cena, un tè zuccherato rimpiazza un aperitivo. I chioschi di succhi di frutta e zucchero di canna sostituiscono pub e bar agli angoli delle strade».

Lo zucchero è addirittura diventato parte integrante delle feste religiose: «Il Ramadan è l’occasione per organizzare feste serali in cui i dolci svolgono un ruolo importante. In Turchia, l’Eid al-Fitr, la festa per celebrare la fine del Ramadan, è conosciuta come Şeker Bayrami, la Festa dei dolci».

Il divieto di consumare la carne di maiale è rituale e islamico, ma le sue conseguenze sono geografiche e islamiche. Il mancato consumo di carne di maiale ha portato alla scomparsa dei maiali e, come spiega il geografo Xavier de Planhol, ha aperto “le zone boschive a pecore e capre, e quindi ha indirettamente determinato una catastrofica deforestazione. Questo è uno dei motivi fondamentali del paesaggio brullo particolarmente evidente nei Paesi islamici del Mediterraneo”. O, come ha osservato il primo presidente di Israele,  Chaim Weizmann,  “l’arabo è spesso chiamato il figlio del deserto. Sarebbe più esatto chiamarlo suo padre”. Per ciò che concerne il Mediterraneo, la zona intorno a Marsala, nella Sicilia occidentale, riceve in media 44,9 cm di pioggia all’anno, ma è decisamente più verdeggiante rispetto alla vicina regione intorno a Tunisi, con una media di 50,8 cmi all’anno. Si noti questa evoluzione che va dal precetto alimentare coranico alla desertificazione. Anche se  il comando coranico non era volto a causare danni ecologici, lo ha però fatto.

Al di là di queste influenze un po’ casuali, le pratiche islamiche (Islamicate) hanno contribuito molto ad impedire ai musulmani di modernizzarsi. Tali pratiche hanno inciso su tre tipi di relazioni: personali, fra musulmani e fra musulmani e non musulmani.

 

Relazioni personali

Le regole islamiche hanno un ruolo importante nelle relazioni uomo-donna, un ruolo che i modelli culturali islamici (Islamicate) estendono alla maggior parte degli aspetti della vita familiare.

I testi islamici presuppongono che le donne apprezzino il rapporto sessuale allo stesso modo o anche più degli uomini. Di conseguenza, l’Islam ritrae il desiderio femminile trasformando le donne in predatrici e gli uomini in prede. Questa presunta concupiscenza femminile è una potente forza dirompente che dà alle donne un potere sugli uomini che rivaleggia con quello di Dio. Pertanto, la sessualità delle donne minaccia l’ordine sociale e necessita di enormi sforzi per contenerla. L’imperativo di reprimere la sessualità femminile spiega una serie di costumi islamici (Islamicate) concepiti per separare gli uomini dalle donne e ridurre al minimo i loro contatti: coprire il volto e il corpo delle donne; confinare le donne nei loro quartieri residenziali (l’harem); separare uomini e donne negli spazi pubblici, come negli ascensori o nei ristoranti; e un rapporto debole tra marito e moglie rispetto a un forte legame tra madre e figlio.

Nella lotta contro il desiderio femminile, ci sono due aspetti che meritano un’attenzione particolare. Innanzitutto, la pratica della mutilazione genitale femminile (MGF) è il modo più diretto per reprimere la sessualità femminile rendendo dolorosi i rapporti sessuali. A parte qualche eccezione insignificante in America Latina, questa pratica ha luogo soltanto fra i musulmani e i loro vicini non musulmani come i copti. Un tempo circoscritta a Paesi come la Somalia, l’Iraq e l’India, oggi si è estesa all’Occidente, come ad esempio in Svezia, in Regno Unito e in Michigan.

In secondo luogo, alcune donne musulmane indossano indumenti che coprono integralmente la testa e il corpo (niqabe burqa) per separarsi maggiormente dagli uomini, causando problemi di salute a se stesse e ai loro neonati. I loro abiti, che rendono difficile l’esercizio fisico, favoriscono l’obesità. La luce solare insufficiente provoca una carenza di vitamina D, che può a sua volta essere causa di gambe arcuate, dellispessimento delle estremità ossee, visibile all’altezza dei polsi e delle caviglie, di dolori muscolari e ossei, di fratture pelviche durante il parto, di demenza, di rachitismo, di osteomalacia e forse di sclerosi multipla. Inoltre, questi abiti a volte causano eruzioni cutanee, mal di testa e malattie respiratorie o perfino strangolamento. I bambini soffrono di convulsioni, ritardo della crescita, debolezza muscolare e di fratture.

La poligamia è legata alla religione islamica, ma le sue implicazioni interessano la cultura islamica (Islamicate). Le mogli che temono che i loro mariti sposino un’altra donna soffrono di un’ansia permanente; al contrario, i mariti godono di un’enorme influenza nel matrimonio. La poligamia porta anche a ciò che si può definire un eccesso di uomini, uomini che rimangono celibi a causa di donne impegnate in matrimoni poligami. (L’infanticidio femminile, quindi, distorce ulteriormente l’equilibrio di genere, sia uccidendo brutalmente i neonati come in passato o mediante esami ecografici e aborti, come accade oggi). Questo eccesso di uomini porta a un aumento della criminalità e della violenza, un fenomeno che rende i governanti desiderosi di sbarazzarsi di questo segmento irrequieto della popolazione più incline a fare la guerra.

Un sistema di tutela maschile (wilayat ar-rijal) conferisce a un parente stretto di sesso maschile (nonno, padre, fratello, marito, cugino, figlio, persino nipote) l’autorità di prendere le decisioni chiave della vita di una donna, come uscire di casa, acquisire un’istruzione, ricevere cure mediche, viaggiare, lavorare e sposarsi. In tale ottica, alcuni matrimoni musulmani tradizionali hanno luogo tra due uomini: lo sposo e il tutore della sposa. Sebbene solo il governo saudita abbia imposto la tutela come forma giuridica, questa istituzione islamica si ritrova nella sfera privata di numerose società musulmane dove non soltanto infantilizza le donne, ma invita altresì ad abusi di potere.

Il Corano autorizza (4:22-24, 33:50), ma non incoraggia il matrimonio tra cugini di primo grado. I costumi tribali e le usanze plurisecolari hanno diffuso questa pratica nelle società musulmane poiché essa conserva l’onore, la fertilità e le risorse finanziarie delle figlie all’interno della famiglia. Le conseguenze genetiche di tali matrimoni su una cinquantina di generazioni sono state incalcolabilmente nefaste, portando a una diminuzione delle performance cognitive e a patologiecome la talassemia, l’anemia falciforme, l’atrofia muscolare spinale, il diabete, la sordità, il mutismo e l’autismo. Per citare una statistica, nel Regno Unito, gli abitanti di origine pakistana rappresentano il 3 per cento delle nascite, ma il 30 per cento dei bambini che soffre di malattie genetiche.

Nulla nella dottrina islamica approva i delitti d’onore, definiti come omicidi familiari (di solito giovani donne ma a volte donne o uomini più anziani), perpetrati per eliminare ciò che era percepita come una macchia pubblica sulla reputazione della famiglia. Questa pratica è nata dalla combinazione di tre fattori: la forte focalizzazione sulla verginità, le rigorose restrizioni sulla condotta sessuale e un’accentuata enfasi sull’onore familiare. Il risultato è un’epidemia di omicidi, ormai in atto anche in Occidente. Oltre ai crimini reali, la paura di questa punizione ha un enorme impatto psicologico sulle donne musulmane.

Infine, e non collegato alle relazioni uomo-donna: gli orfani hanno uno status nella legge islamica (chiamato kafala ) che deriva da un episodio della vita di Maometto (il quale sposò l’ex moglie del figlio adottivo). La kafala vieta agli orfani di entrare a far parte della loro famiglia adottiva. L’intento non era quello di creare uno stato d’inferiorità, ma questo è stato il risultato: gli orfani musulmani sono ancor oggi discriminati, anche da parte dei musulmani che vivono in Occidente.

 

Relazioni tra musulmani

L’Islam crea aspettative irrealistiche nei confronti dei governanti (ad esempio, consentendo loro di imporre tributi solo con aliquote impraticabili perché troppo basse), che quasi invariabilmente inducono quei governanti a violare la Shari’a. In risposta, i cittadini musulmani rifiutano i loro governanti e cercano di evitare di lavorare per loro. In epoca premoderna, questa riluttanza generò una crisi del personale che spinse i governanti musulmani a cercare personale amministrativo e militare oltre i propri confini. Il metodo che preferivano era quello di acquisire, formare e distribuire sistematicamente gli schiavi che provenivano da luoghi come l’Africa, il Caucaso e i Balcani. Nel millennio che va dall’800 al 1800 d.C., i funzionari e i soldati sottomessi divennero un cardine dell’arte di governo nel mondo islamico (Islamicate), dalla Spagna al Bengala. Questa riluttanza storica esiste ancora oggi come testimoniano le recenti manifestazioni antigovernative nei Paesi a maggioranza musulmana.

L’Islam non offre alcuna regola riguardante la transizione pacifica del potere né alcuna linea guida per la successione, fino ad oggi i sunniti e gli sciiti continuano a disputarsi la successione legittima di Maometto, e i problemi ricorrenti di successione dinastica hanno accresciuto l’instabilità politica del mondo islamico (Islamicate). In epoca premoderna, la mancanza di un sistema come la primogenitura ha portato a situazioni insolite come l’accesso al potere degli schiavi mamelucchi che succedevano ai loro padroni come governanti in Egitto e anche all’istituzionalizzazione, in seno alla dinastia ottomana della pratica del fratricidio. In epoca moderna, ha contribuito a una successione, in Siria, di quattro presidenti nell’arco di un anno (1949), a un caos nell’albero genealogico dei governanti sauditi e ad una propensione da parte dei dittatori arabi a tentare di insediare i propri figli come successori.

I precetti islamici riflettono l’ambiente tribale in cui l’Islam è nato. E per quanto lontana possa essere l’Arabia Saudita del VII secolo dall’idea di una megalopoli attuale come quella del Cairo o di Istanbul, gli imperativi tribali continuano a pesare considerevolmente. Il codice tribale islamico basato sulla solidarietà familiare e di clan può essere riassunto dall’adagio retrogrado: “Io contro mio fratello, io e i miei fratelli contro i miei cugini, io, i miei fratelli e i miei cugini contro il mondo”. Oppure, riprendendo la formulazione di Osama bin Laden: “Quando la gente vede un cavallo forte e un cavallo debole, per natura, tenderà a mostrare preferenza per quello forte”. Questa mentalità contrasta con le idee moderne di individualismo, con i valori universali e con lo Stato di diritto. Genera istituzioni anemiche, scarsi risultati economici, debolezza militare e tirannia.

Gli altri modelli culturali islamici (Islamicate) includono l’istituzione di dinastie attraverso la conquista, al posto di un cambiamento interno; il potere che porta alla ricchezza, e non il contrario; la debolezza dei governi locali e la conseguente gestione inadeguata delle città; e leggi elaborate da decisioni ad hoc, e non derivanti da una legislazione formale.

 

Relazioni con i non musulmani

I testi sacri islamici incoraggiano un senso di superiorità musulmana, un disprezzo per la fede e la civiltà degli altri e una repulsione per il potere non musulmano. Al giorno d’oggi, i comportamenti culturali islamici (Islamicate) impediscono ai musulmani di porre fine alle pratiche come la decapitazione e la schiavitù, di imparare dall’Occidente, di unirsi al sistema economico globale o di affrontare i problemi con realismo.

Il Corano (8:12 e 47:4) approva la decapitazione. Secondo la tradizione islamica, Maometto decapitò settecento uomini della tribù ebraica dei Banu Qurayza, stabilendo così il precedente che servirà da modello per i futuri musulmani. Questa usanza islamica ha un duplice obiettivo: colpire la paura e ottenere un vantaggio politico. I grandi Stati come quelli degli Almoravidi, degli Ottomani e dei Sauditi seguirono questo esempio, usando questa forma di punizione contro i non musulmani e contro gli stessi musulmani. In tempi recenti, come è noto, lo Stato islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) ha rilanciato questa pratica.

L’Islam, come la maggior parte delle civiltà premoderne, ha tollerato la schiavitù; oggi, però, la schiavitù costituisce ancora una pratica significativa solo tra i musulmani. I regolamenti che hanno origine negli antichi testi sacri del Corano e della Sunna persistono perché corrispondono a quel sentimento islamico (Islamicate) di superiorità musulmana. La centralità della schiavitù come istituzione islamica (Islamicate) è tale che una figura religiosa saudita appartenente alla corrente religiosa maggioritaria sostiene  che essere contrari alla schiavitù equivale ad abiurare l’Islam. Un sondaggiorivela che la pratica esiste in otto Paesi a maggioranza musulmana, nello Stato Islamico (ISIS) e in forme minori altrove. La schiavitù di recente è apparsa fra i musulmani che vivono in Occidente con frequenti scandali che riguardano un membro di una famiglia reale, un diplomatico e perfino uno studente accusato di schiavismo.

L’aspra rivalità tra musulmani e cristiani è iniziata fin dalla nascita dell’Islam ed  è continuata per un millennio. Quando i cristiani europei presero il sopravvento e conquistarono la maggior parte dei territori musulmani tra il 1764 e il 1919, i musulmani incontrarono particolari difficoltà ad apprendere da loro. I giapponesi, lontani e isolati, non si stancavano di “imparare l’olandese”, ma i vicini ottomani aspettarono quasi tre secoli prima di consentire la stampa a caratteri mobili. Questa lentezza e questa riluttanza hanno portato a un modello islamico (Islamicate) che mostra un ritardo dei musulmani, un modello particolarmente evidente laddove musulmani e non musulmani di uno stesso Paese entrano simultaneamente in contatto con gli europei, come nell’ex Jugoslavia, in Nigeria, in Libano, in India, in Malesia e in Indonesia.

Condurre una vita interamente islamica esige la piena attuazione della Shari’a, che a sua volta impone di avere un musulmano praticante come governante; al contrario, vivere secondo regole non islamiche  comporta l’emigrazione o la resistenza. Di conseguenza, i musulmani sono i cittadini più ribelli quando i non musulmani sono al potere. In epoca moderna, questa situazione ha creato dei problemi ai francesi in Algeria, agli italiani in Libia, ai greci in Turchia, agli israeliani a Gaza, ai britannici in Sudan, agli etiopi in Eritrea, agli americani in Iraq, ai sovietici in Afghanistan, agli indiani in Kashmir, ai birmani nel Rakhine, ai thailandesi a Pattani, ai cinesi nello Xinjiang e ai filippini a Mindanao. La furia contro i conquistatori stranieri ha spesso impedito di imparare da loro o di cooperare con loro, come per gli abitanti di Gaza che hanno saccheggiato le serre che gli israeliani avevano espressamente lasciato perché potessero utilizzarle.

La dottrina islamica consente ai non musulmani che accettano la dominazione musulmana (dhimmi ) un certo grado di autonomia. Ciò ha portato a un modello di comunità religiose che preferiscono vivere separate nelle loro sfere familiari e sociali, nei luoghi di residenza e di lavoro e seguire i propri codici di legge. Una tale separazione incoraggia le ostili relazioni intracomunitarie e impedisce lo sviluppo di un senso di solidarietà o di identità nazionale. Pur derivando da precetti islamici, queste consuetudini d’isolamento si sono mutate in un modello culturale islamico (Islamicate), continuando ad esistere anche in luoghi non più governati da musulmani (ad esempio, a Cipro, in Libano, in Israele e in Cisgiordania).

La condanna coranica dei pagamenti di interessi unitamente al desiderio di guardare con distacco i non musulmani, negli anni Trenta, ispirò a un leader islamista sud-asiatico, Abul A’la Mawdudi, l’invenzione di un’economia islamica. Denigrata da Timur Kuran della Duke University come “un enorme inganno”, questa innovazione incoraggia la corruzione, rafforza l’islamismo e ostacola l’integrazione dei musulmani nell’economia internazionale.

L’ostilità dei testi sacri nei confronti dei non musulmani genere un pregiudizio secondo il quale i non musulmani nutrono un’ostilità parallela verso i musulmani. In epoca moderna, questa immagine speculare ha creato una sensibilità alle teorie del complotto che hanno avuto, sul piano pratico, numerose conseguenze pratiche, come la guerra fra Iran e Iraq, la credenza secondo la quale i vaccini contro la poliomielite rendono i bambini sterili, un sospetto che fa della polio una piaga quasi esclusivamente musulmana, così come la sfiducia nei confronti delle terapie messe a punto in Occidente contro il Covid-19.

 

Osservazioni

Ora che abbiamo molta più familiarità con l’Islam, con la sua terminologia e con i suoi concetti, è il momento giusto per presentare ai lettori il neologismo inglese coniato da Hodgson, Islamicate, e l’idea che esso contiene.[i] Tale neologismo aiuta a comprendere la civiltà dell’Islam, la storia dei musulmani e le sfide attuali.

I costumi islamici (Islamicate) sono talvolta adottati da vicini non musulmani, come le donne cristiane in Pakistan che si coprono il capo, gli uomini ebrei in Yemen che sposano più mogli e gli esempi sopra menzionati di copti che praticano le MGF e modi di vita separati in diversi Paesi. Il patriarca melchita Gregorio III Laham ha descritto l’essenza della mentalità islamica (Islamicate) in questi termini:

«Noi siamo la Chiesa dell’Islam. […] L’Islam è il nostro ambiente, il contesto in cui viviamo e a cui siamo storicamente associati. […] Noi comprendiamo l’Islam dall’interno. Quando ascolto un versetto del Corano, non mi è estraneo. È un’espressione della civiltà a cui appartengo.

Alcuni costumi islamici (Islamicate) sono peculiari dei musulmani e dei loro vicini non musulmani. La decorazionearchitettonica nota come muqarnas (un nido d’ape concavo fatto di archi a ferro di cavallo) si trova esclusivamente negli edifici costruiti per i musulmani. Anche l’utilizzazione sistematica degli schiavi come soldati e la dipendenza da intermediari hawala per i trasferimenti di denaro sono proprie dei musulmani. Nulla nei testi sacri islamici esige l’utilizzo di questo specifico ornamento, questa forma di reclutamento militare o questo strumento finanziario: sono tutti frutto da un mix di sensibilità islamica e bisogni musulmani.

 

Foto  Ekabhishek | CC BY-SA 2.0
Foto Ekabhishek | CC BY-SA 2.0
Il muqarnas è una decorazione tipicamente islamica che si trova in molte parti del mondo.

 

Le partiche islamiche (Islamicate) non sono statiche ma possono cambiare nel tempo. La schiavitù militare si è estinta due secoli fa, quando sono iniziate le teorie del complotto. Le MGF vengono combattute per la prima volta, mentre la poliomielite è diventata una malattia tipicamente musulmana solo in questo secolo.

I costumi islamici (Islamicate) sono particolarmente nocivi per la salute: le malattie che circolano durante l’hajj, uno stile di vita passivo durante il Ramadan, le MGF, il matrimonio tra cugini e il velo integrale. Fortunatamente, niente di tutto questo è richiesto ai musulmani praticanti.

In conclusione, perché i musulmani si modernizzino completamente è necessario non solo eliminare i precetti islamici obsoleti (poligamia, tassazione irrealistica, jihad violento), ma anche i loro attributi islamici (matrimonio tra cugini, codici tribali, pregiudizi contro i non musulmani). Le pratiche islamiche (Islamicate) rendono la strada da percorrere più lunga e difficile di quanto si pensi in genere. Ma, se i musulmani dovessero eliminare le regole e le pratiche storiche, quella strada potrà essere percorsa con successo. È possibile fare una scelta.

 

[i] Nei libri da me pubblicati nel  1981 e nel 1983, ho dedicato molta attenzione al concetto di Islamicate. Ma poi, per rivolgermi a un pubblico più ampio, ho finito per abbandonare l’uso di questo termine.

Traduzione di Angelita La Spada

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Storico, politologo, commentatore e analista politico, specialista di Islam e Medio Oriente. Fondatore e attualmente presidente del Middle East Forum. Ha insegnato all’Università di Chicago, alla Harvard University, alla Pepperdine University e all’U.S. Naval War College. Ha ricoperto diversi incarichi presso il Dipartimento di Stato e presso quello della Difesa, ed è stato vice-presidente della Commissione Fulbright. Nel 2003, il presidente George Bush lo ha nominato membro dell’United State Institute of Peace (USIP), un’organizzazione no-partisan nata per iniziativa del Congresso allo scopo di “prevenire e mitigare i conflitti internazionali senza ricorrere all’uso della violenza”. Il suo sito web, DanielPipes.org, con un archivio dei suoi articoli e delle apparizioni nei media, ha registrato 70 milioni di pagine visitate fin dal suo esordio, nel 2000. Più di 11.000 traduzioni dei suoi scritti sono state pubblicate in 37 lingue. È autore di sedici libri.