Pare che Battisti votasse repubblicano. E questo me lo dovrebbe rendere più simpatico. In realtà è una fonte di secondo livello, lo raccontava Bruno Lauzi. Che però subito aggiungeva: «Secondo me». Cioè non glielo aveva detto Battisti, né aveva indizi o prove. Insomma, quello che è nell’evidenza è che la politica fosse fuori dalle corde di Battisti, non faceva parte del suo magazzino creativo, né ne parlava con colleghi e amici.

Io ho comunque amato Battisti. Non tanto quello di Mogol. Ma quello degli anni della collaborazione con Pasquale Panella. Per dire, qualche anno dopo avrei comprato anche Il Foglio di Ferrara, il martedì mi pare, perché aveva un suo corsivo. Incontrare Panella è incontrare un mondo letterario fatto di metafore, continue invenzioni, prestiti, un gonfiare la lingua, ma renderla elegante, espressiva e a tratti non riconoscibile. «La canzone di Panella, al contrario di quella di Mogol, non è sartoriale, nel senso che non è cucita addosso a nessun personaggio, per cui nessuno può dire di trovarsi scomodo in quei panni. Come disse in una famosa intervista di Gianfranco Salvatore, per Pasquale Panella le canzoni sono vapori, solo una pura visione, puro nulla, però colorato e non puoi infilare le braccia in una nuvola. Letteralmente la canzone ‘leggera’ è tale perché impalpabile come una nuvola. Con i suoi versi Panella le avrebbe quindi reso quella volatilità ordinaria grazie al quale il cantante non indossa la canzone come entrerebbe nei panni di un personaggio».

L’incontro è quasi fortuito. È un lavoro di Adriano Pappalardo che fa sì che Panella e Battisti si incontrino. Ce ne parla Alexandre Ciarla in un libro che è un’avventura, un’esplorazione. Non è tanto un saggio sul rapporto tra i due, il suo libro è piuttosto una spiegazione e analisi dei testi delle canzoni. Una meravigliosa architettura che Ciarla ti fa vivere, visitare con una passione e un entusiasmo che ti fa sentire tutto tuo, tutto il castello, tutto il magnificarsi delle parole e della letteratura che si alza come un monumento classico, un monumento imponente. Roba da turisti. «L’evidente polisemia dei testi non è un elemento marginale ma è costitutivo di queste canzoni poiché le rende volutamente inesauribili dal punto di vista della comprensione. Nell’analisi testuale, le tracce da seguire sono spesso multiple, poiché ogni disco possiede almeno una sua ulteriore sottobraccio lessicale». Però c’è un centro e questo centro, ancora una volta, è comunque l’amore, il dire amoroso. Cantare seriamente la leggerezza dell’amore.

«Come avviene per le tavole di Rorschach, le macchie d’inchiostro che ognuno interpreta secondo la propria sensibilità, le canzoni dei bianchi (come erano detti questi dischi per via della loro copertina) sembrano ancora oggi resistere all’automatismo della comprensione». Racconta Ciarla: «Quando vent’anni dopo Don Giovanni (a ottobre del 2006) la Sony BMG decise di pubblicare una raccolta di queste quaranta canzoni inscatolandole in un’unica confezione (pronte per essere esposte sullo sfaffale natalizio) e finalmente Panella disse: “Ho inscatolato Battisti”; senz’altro egli confidava in questa loro resistenza alla mercificazione e all’alienazione del riascolto: in queste canzoni registrate ogni ascoltatore sembra trovare un suo senso, sicché (il senso unico non consumandosi mai) gli esiti restano imprevedibili».