Il partito filocinese in Italia ebbe una breve vita nel secolo scorso, e si chiamava “Potere operaio”, più confidenzialmente “potop”. Formatosi nelle università del 1967 aveva al suo interno personaggi come Oreste Scalzone e Toni Negri, futuri brigatisti ed intellettuali, fuoriusciti dal Pci, partito troppo borghese per i gusti di questi giovanotti, tipo Tronti. In più, il partito comunista italiano, nonostante la manifestazione in pompa magna per celebrare la morte di Mao, era troppo legato a Mosca per essere filo cinese. A parte Veltroni, che con le sue simpatie maoiste, per quello che valevano, si giocò la segreteria nazionale della gioventù comunista.
Una volta che lo stesso Veltroni spiegò che lui in verità era nel Pci perché “kennediano”, si concluse l’esperienza politica filocinese in Italia.

Per un breve periodo il partito più filocinese in Italia fu il Pri, a sostegno della presidenza Deng Xiao Ping che sconfitta la banda dei quattro legata alla vedova di Mao, iniziò un percorso virtuoso di riforme economiche. Il partito repubblicano italiano incoraggiò con veemenza nel 1987 l’iniziativa politica di Deng vedendo in questa il presupposto di una democratizzazione autentica della Cina. Infatti lo era, non fosse che il braccio militare riuscì a prevalere all’interno del partito comunista, stroncando la protesta studentesca di piazza Tienanmen, con il che Deng iniziò ad allontanarsi dalla vita politica cinese. Anche il Pri scemò rapidamente i suoi entusiasmi. Da quel momento in cui si comprese come la Cina fosse disponibile all’economia di mercato, ma non ad una democratizzazione della sua società, nessuno ebbe più particolare simpatia in Italia verso Pechino, per almeno 20 anni.

Questo fino al primo governo Conte che nello scandalo della comunità occidentale aperse ad un bilaterale con il governo cinese. Usa ed Unione europea si sentirono scavalcate, ma il colpo ad effetto di Conte si fondava comunque su una ratio. Perché mai non rappresentare la punta avanzata dell’occidente che apre all’espansione economica cinese nel suo massimo fulgore? Non era forse meglio essere l’avanguardia di un processo strategico su cui sarebbero necessariamente dovute convenire comunque tutte le economie mondiali? Altresì mon poteva dare l’avvio ad una forte relazione commerciale insieme all’inizio di una discussione per quello che concerneva anche lo Stato di diritto di quel grande paese?
Tanti interrogativi che giovarono all’intraprendenza del governo italiano incamminato sulla via della seta. Un solo drammatico problema di cui il brillante leader al governo non aveva alcuna idea. L’emergenza covid. Conte aveva triplicato i voli con la Cina mentre il virus si era diffuso in quel paese proprio partendo da Wuhan, una delle città imprenditoriali con maggiori contatti con l’Italia. Ci sarà pure una ragione se il Taiwan, che a dicembre del 2019 ha subito interrotto ogni tratta con la Cina e non fa parte dell’Oms, ha avuto 850 morti in due anni e l’Italia di Conte, consigliata direttamente dall’Oms, il nostro eccellente Giordani Guerra, con i voli dalla Cina liberi di partire ed atterrare a Milano fino al due febbraio del 2020, più di centomila in un solo anno.

Comunque bisogna riconoscere come il governo Conte non si è scomposto più di tanto. Non potendo importare i vantaggi economici ha subito impiantato quelli repressivi utili a impedire, secondo lui i contagi. E il filocinese governo Conte avrebbe anche travalicato i limiti che pure la guardia rossa rispetta, mandando la polizia nelle case, poiché chiusa tutta la gente in casa, il virus dilagava lo stesso. Fortuna che il governo della guerra al virus, la guerra l’aveva persa e a casa fu mandato lui.
Poteva questa essere la fine del partito filocinese in Italia, non fosse che la settimana scorsa ci ha pensato direttamente Beppe Grillo a spiegare la sua delusione per i governi occidentali, di cui pure ha fatto parte attraverso i vari sottopancia, e l’ammirazione per il virtuosismo cinese che costringe la popolazione al baratto pur di non mandarla nei supermercati ad infettarsi. Al che verrebbe da dire a Grillo di proporre lui la nuova serrata al paese, convinto com’è che se le misure fossero prese dalla comunità dei cittadini, invece che dal governo, sarebbero molto più severe.

In un simile contesto non ci sentiamo di puntare il dito contro il ministro Di Maio, come pure altri hanno fatto visti i suoi costanti rapporti con la Cina. Il ministro ha infatti spesso precisato che le culture tanto più sono distanti, tanto più il dialogo è proficuo e siamo perfettamente d’accordo. E’ vero che il suo omologo cinese ha spesso dato una versione diversa dei fatti, tale per cui l’Italia si offrirebbe come l’interlocutore occidentale della Cina ed il suo principale sostenitore, ma potrebbe essere benissimo che il ministro cinese menta, o che Di Maio non comprenda cosa dica quando lo incontra.
In questo caso ci permettiamo di consigliare al ministro italiano una misura di maggiore prudenza. Infatti un conto è sostenere l’evoluzione di un paese arretrato, un altro collaborarvi direttamente prima che sia avvenuta, soprattutto se quel paese conta più di un miliardo di abitanti ed il tuo sessanta milioni scarsi. Sarebbe un po’ come mettere un topolino accanto ad un grosso gatto. Il gatto se lo mangia.